DomandeChe cos'è una società giusta?«Sono schiavi.» No, sono esseri umani
Che cos'è una società giusta?Una sola umanità

«Sono schiavi.» No, sono esseri umani

Seneca ca. 4 a.C. · ca. 65Non è che abbiamo poco tempo, ma ne perdiamo molto.
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Che cosa sostiene

Dunque lo schiavo deve essere trattato da essere umano: giudicato in base al carattere, ammesso alla conversazione e alla tavola, rispettato piuttosto che temuto.

Perché

Lo schiavo ha la stessa natura del suo padrone e solo la sorte li separa: merita dunque lo stesso rispetto dovuto a un essere umano.

In breve

««Sono schiavi.» No, sono esseri umani» è un argomento di Seneca (Lettere a Lucilio, 47) sulla domanda «Che cos'è una società giusta?» (risposta: una sola umanità). La sua tesi: Dunque lo schiavo deve essere trattato da essere umano: giudicato in base al carattere, ammesso alla conversazione e alla tavola, rispettato piuttosto che temuto. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P3). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 3 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Lettere a Lucilio, 47
Valido con una premessa implicita

A Roma lo schiavo è giuridicamente una cosa che si compra e si vende. Molti padroni trovano vergognoso mangiare con lui. Nella lettera 47, Seneca si congratula con l'amico Lucilio per vivere in modo familiare con i suoi schiavi e ne spiega il motivo: lo schiavo ha la stessa natura del padrone, e solo la sorte li separa. Ne ricava una regola di condotta. Non arriva a chiedere la fine della schiavitù: lo segnaliamo nelle obiezioni.

P1Colui che chiami il tuo schiavo è nato dallo stesso seme di te: ha lo stesso cielo, respira, vive e muore come te.
P2La condizione di schiavo dipende dalla sorte, non dalla natura: il caso assegna i ruoli, ciascuno si dà da sé il proprio carattere. E la sorte ha tanto potere sul padrone quanto sullo schiavo.
P3 · premessa implicitaDue esseri che hanno la stessa natura umana, e che solo il caso separa, hanno diritto allo stesso rispetto in quanto esseri umani.
P4Chi ha la stessa dignità umana non deve essere trattato come una bestia da soma: bisogna trattare il proprio inferiore come si vorrebbe essere trattati dal proprio superiore.
Dunque lo schiavo deve essere trattato da essere umano: giudicato in base al carattere, ammesso alla conversazione e alla tavola, rispettato piuttosto che temuto.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P3, il computer trova un mondo in cui padrone e schiavo hanno la stessa natura e differiscono solo per la sorte, ma in cui il rispetto dipende da qualcos'altro (la nascita, la città, la proprietà): si può allora trattare lo schiavo come una bestia da soma senza contraddizione.
Valido con P3. P1 e P2 stabiliscono un fatto: padrone e schiavo hanno la stessa natura, e solo la sorte li distingue. Ma un fatto non basta a fondare un dovere: bisogna aggiungere che questa natura comune dà diritto allo stesso rispetto (P3). Seneca non la enuncia come regola generale, la presuppone: per gli stoici, ogni uomo partecipa della ragione, il che fa di noi dei «parenti» per natura. È P1 che Aristotele contesta, ed è la portata della conclusione a porre oggi una domanda: trattare lo schiavo da essere umano è compatibile con il tenerlo schiavo?
Analogia. In un gioco, si tira a sorte chi sarà il re e chi il fante. Nessuno pensa che il fante sia meno intelligente: è l'estrazione. Disprezzare il fante significa dimenticare che al prossimo giro le carte possono cambiare di mano.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Aristotele (Politica, libro I) 330 a.C. · attacca la premessa 1

Alcuni uomini sono schiavi per natura: hanno abbastanza ragione per comprendere un ordine, non abbastanza per governarsi da sé. Per loro, essere comandati è utile e giusto, come lo è per il corpo obbedire all'anima. La natura dunque non è la stessa in tutti.

Seneca risponde
Seneca Ciò che scrive nella stessa lettera, senza nominare Aristotele
Non stimerò gli uomini in base ai loro ruoli, ma in base al loro carattere: ciascuno si dà da sé il proprio carattere, è il caso ad assegnare i ruoli.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Lo stesso Aristotele ammette che molti schiavi lo siano solo per legge, ad esempio i prigionieri di guerra, e non per natura (Politica I, 6). Gli esempi di Seneca (Ecuba, Platone, Diogene, resi schiavi dalla sventura) non lo confutano quindi direttamente. Il vero disaccordo riguarda l'esistenza di uomini privati per natura della ragione che dirige: gli stoici lo negano, Aristotele lo afferma.
Il proverbio dei padroni romani (citato da Seneca) attacca la conclusione

«Tanti schiavi, tanti nemici.» Gli schiavi sono pericolosi: bisogna tenerli con la paura, non ammetterli alla propria tavola.

Seneca risponde
Seneca
Non li abbiamo come nemici: siamo noi a renderli tali.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Poco prima, Seneca sostiene questa risposta con un ricordo: gli schiavi di un tempo, che potevano parlare con il loro padrone, erano pronti a morire per lui, mentre quelli che si riducono al silenzio a colpi di frusta parlano contro di lui. È un argomento tratto dall'esperienza, non una prova: i padroni potevano citare delle rivolte, come quella di Spartaco.
U
Un limite ricavato dalla lettera stessa (rilevato da storici come Moses Finley) attacca la conclusione

Se lo schiavo è un uomo come il suo padrone, la conclusione logica sarebbe affrancarlo. Eppure Seneca stesso prevede l'accusa di chiamare gli schiavi alla libertà e di rovesciare i padroni; la sua risposta mostra che chiede soltanto che i padroni siano rispettati anziché temuti. Egli riforma il modo di trattare gli schiavi, non la schiavitù.

Seneca risponde
Seneca Ciò che dice della vera servitù (stessa lettera)
«È uno schiavo.» Ma forse ha l'animo di un uomo libero. «È uno schiavo.» Questo gli nuocerà? Mostrami chi non lo è: uno è schiavo del desiderio, un altro del denaro, un altro dell'ambizione, tutti della paura. Nessuna servitù è più vergognosa di quella che ci imponiamo da soli.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Questa risposta è proprio ciò che i critici rimproverano allo stoicismo: collocando la vera libertà nell'anima, riduce la schiavitù legale a un dettaglio. Nei Benefici (III, 20, non ancora nel nostro corpus), Seneca scrive che solo il corpo dello schiavo appartiene al padrone, mentre la sua mente resta libera. L'idea di un'unica umanità vi è affermata, ma senza conseguenze politiche; ci vorranno secoli perché se ne ricavi l'abolizione. Per essere giusti: quasi nessun autore antico ha chiesto la fine della schiavitù, nemmeno quelli che la ritenevano contraria alla natura (Aristotele li menziona). Quanto al trattamento degli schiavi, Seneca si spinge più in là della maggior parte degli autori del suo tempo.