FilosofiAlbert Camus

Albert Camus

Il mondo tace: vivere con lucidità, nella rivolta.

Filosofia dell'assurdo1913 · 1960 FranciaFilosofo dell'assurdoScrittore e saggistaPensatore della rivoltaGiornalista impegnato
L'uomo in rivolta, 1951

Mi rivolto, dunque noi siamo

Che cosa sostiene

Dunque la rivolta fonda su tutti gli uomini il primo valore: mi rivolto, dunque noi siamo.

Perché

Ogni atto di rivolta invoca un valore che non è soltanto il proprio, ma quello di tutti: la rivolta fonda la solidarietà.

Valido con una premessa implicita

Nel Mito di Sisifo l'assurdo non dà alcun valore: non dice se si possa uccidere. Nove anni dopo, Camus cerca un punto d'appoggio in un'altra evidenza, la rivolta. Lo schiavo che rifiuta un ordine dice no, ma dice anche sì a qualcosa in sé che vuole difendere. Camus ne ricava un valore comune a tutti gli uomini, e un limite: una rivolta che distrugge gli altri uomini distrugge ciò che la fonda e smette di essere una rivolta. Il nostro testo è una digitalizzazione OCR dell'edizione del 1951, corretta in parte. Camus vi sospetta una «natura umana»; collochiamo dunque l'argomento nel campo «natura» della questione morale, con questa riserva: egli dice anche che questi princìpi non sono provati come eterni.

P1Ogni moto di rivolta invoca tacitamente un valore: lo schiavo che dice no dice anche sì a qualcosa in sé.
P2Questo valore non appartiene a lui solo: l'individuo non è da solo il valore che difende, ci vogliono almeno tutti gli uomini per comporlo.
P3 · premessa implicitaSe il valore difeso è comune a tutti gli uomini, la rivolta li impegna tutti e afferma la loro comunità: la solidarietà degli uomini si fonda sulla rivolta.
P4Mi rivolto: dico no.
Dunque la rivolta fonda su tutti gli uomini il primo valore: mi rivolto, dunque noi siamo.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P3, il computer trova un caso in cui mi rivolto, la mia rivolta invoca un valore, questo valore è comune a tutti, ma nulla stabilisce che esista una comunità: «noi siamo» resta falso.
Valido con P3, che Camus afferma nel capitolo I ma come conseguenza di P2, senza dimostrarla a parte. Senza P3, si può ammettere che il valore sia comune a tutti senza concluderne che «noi siamo»: un valore condiviso potrebbe restare un'idea senza una comunità reale, né legame tra gli uomini.
Analogia. Quando un bambino grida «non è giusto!», non parla solo di sé: suppone che la regola che invoca valga anche per gli altri. Camus dice che il grido di rivolta fa la stessa cosa, alla scala di tutti gli uomini.

Obiezioni

4

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Max Scheler, L'uomo del risentimento (come lo riporta Camus) 1912 · attacca la premessa 1

Dietro il valore proclamato c'è spesso del risentimento: un'impotenza prolungata che si avvelena da sé e si traveste da difesa dell'umanità. Ciò che il ribelle dice di difendere potrebbe essere soltanto la sua invidia. Camus riferisce che Scheler identifica lo spirito di rivolta con il risentimento.

Camus risponde
Camus
Camus risponde che il risentimento è sempre risentimento contro se stessi: si vuole essere altro da ciò che si è. Il ribelle, invece, nel suo primo movimento rifiuta che si tocchi ciò che egli è, e lotta per l'integrità di una parte del proprio essere.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Camus non nega che il risentimento esista. Concede anzi (§11) che la critica di Scheler si applicherebbe forse a certe forme vaghe di idealismo umanitario, o alle tecniche del terrore. Scrive nel capitolo V che una rivolta che si lascia contaminare dal risentimento «non è più rivolta né rivoluzione, ma rancore e tirannia». Il disaccordo resta sul fatto se il primo movimento sia davvero puro, o se i due siano sempre mescolati.
Karl Marx 1848 · attacca la premessa 2

I valori non sono comuni a tutti gli uomini: le idee dominanti di un'epoca sono quelle della classe dominante. Ciò che uno schiavo o un operaio invoca nella sua rivolta non è un valore dell'uomo in generale, ma il prodotto della sua situazione di classe e della sua epoca.

Camus risponde
Camus
Camus osserva che il valore rivelato dalla rivolta preesiste a ogni azione, e che ciò contraddice le filosofie puramente storiche, nelle quali il valore è conquistato, se lo si conquista, al termine dell'azione.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Questo passo non nomina Marx. Nel capitolo V, Camus rimprovera a Hegel e a Marx di dire che tutto è necessario, mentre la rivolta dice soltanto che tutto è possibile. Un marxista risponderebbe che giudicare la storia in nome di un valore posto prima di essa lascia l'ingiustizia al suo posto finché le condizioni materiali non cambiano. Su questo punto Camus non è Marx, e la discussione continua.
Obiezione che Camus rivolge a se stesso 1951 · attacca la premessa 2

La rivolta e il suo valore non sono forse relativi? Un paria indù o un guerriero inca non avevano la stessa idea della rivolta. Camus stesso osserva che il problema della rivolta sembra assumere un significato preciso solo all'interno del pensiero occidentale.

Camus risponde
Camus
Camus risponde che il suddito dell'Inca o il paria non si pongono il problema della rivolta, perché esso è stato risolto per loro in una tradizione prima che potessero porselo, essendo la risposta il sacro.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Questa risposta dice quando compare la questione della rivolta: quando una società esce dal sacro. Non dimostra che lo stesso valore sia presente in tutti gli uomini di tutti i tempi. Le rivolte fuori dall'Europa (schiavi, contadini, caste) non sono esaminate in questo capitolo: l'obiezione resta aperta.
Francis Jeanson e Jean-Paul Sartre, Les Temps modernes 1952 · attacca la conclusione

Nel 1952 Les Temps modernes, la rivista diretta da Sartre, pubblica una severa critica de L'uomo in rivolta di Francis Jeanson e, qualche mese dopo, una risposta di Sartre stesso a Camus. L'accusa, nel suo insieme: giudicando la storia in nome di una rivolta e di limiti posti prima di essa, Camus condanna le rivoluzioni reali senza dire come lottare contro l'ingiustizia presente, e resta, in pratica, fuori dalla storia, il che va a vantaggio dell'ordine costituito. Nostra sintesi è generale: questi testi non fanno parte del nostro corpus.

senza risposta
sintesi: il suo testo non è ancora nel nostro corpus
Camus ha risposto, ma quel testo non è ancora presente nel nostro corpus.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Nel frattempo Camus ha risposto con una «Lettera al direttore dei Temps modernes». Non fa parte del nostro corpus e non la citiamo; secondo i resoconti abituali della polemica, vi rimprovera al suo critico di non discutere la tesi del libro (si può giustificare l'omicidio in nome della storia?) e di passare sotto silenzio i campi sovietici. Nel nostro testo scrive che il ribelle non nega la storia: la «respinge senza sottrarsi ad essa» e non ne fa mai un assoluto (cap. V). Ciascuna parte conserva i suoi difensori: gli uni ritengono che Camus abbia visto giusto sulla violenza in nome del futuro, gli altri che Sartre e Jeanson abbiano avuto ragione a chiedere che cosa la rivolta proponga contro l'ingiustizia di oggi. La polemica segnò la rottura tra i due uomini.