Albert Camus
Il mondo tace: vivere con lucidità, nella rivolta.
Idee sbagliate comuni
Camus era un filosofo esistenzialista, come Sartre.
Rifiutò questa etichetta. Ne Il mito di Sisifo scrive che le filosofie esistenziali propongono tutte, senza eccezione, l'evasione, e definisce il loro salto verso Dio un «suicidio filosofico». Nella prefazione dice di occuparsi di una sensibilità assurda, non di una filosofia. In interviste degli anni Quaranta rifiutò anche il termine (quelle interviste non sono nel nostro corpus). Ma condivide con gli esistenzialisti alcuni temi: la scelta, la libertà, l'angoscia.
Per Camus, Sisifo è felice del suo destino.
La frase è un imperativo: «Bisogna immaginare Sisifo felice». Camus non dice che la punizione diventi piacevole. Scrive che il mito è tragico perché l'eroe è cosciente, e che non esiste destino che non si possa superare con il disprezzo. La felicità non nasce necessariamente dalla scoperta dell'assurdo: ciò che Sisifo guadagna è che il suo destino gli appartiene e che la sua roccia è cosa sua.
Per Camus, il mondo è assurdo.
Dice il contrario: l'assurdo non è né nell'uomo né nel mondo, ma nella loro presenza comune. Non può esserci assurdo fuori da uno spirito umano, né fuori da questo mondo. Il mondo è silenzioso, irragionevole; ciò che è assurdo è il confronto con lo spirito che chiede senso.
Se la vita è assurda, secondo Camus, tutto è permesso.
Ne Il mito di Sisifo scrive in effetti che i giudizi di valore vengono scartati a favore dei giudizi di fatto, e questo ha alimentato il luogo comune. Ma nove anni dopo, ne L'uomo in rivolta, lo rifiuta: «non si è nichilisti a metà», e la prima cosa che non si può negare è la vita altrui. Per lui, l'assurdo non giustifica l'omicidio.