Albert Camus
Il mondo tace: vivere con lucidità, nella rivolta.
Albert Camus (1913 · 1960, Francia): filosofia dell'assurdo. Camus parte da una constatazione: il mondo non risponde alla nostra domanda di senso. Lo chiama l'assurdo. Su AskPhilosophy: 2 argomenti ricostruiti, 4 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 4 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Perché è importante
È uno dei pochi filosofi letti da milioni di persone al di fuori della scuola, perché scrive anche romanzi, opere teatrali e articoli. Pone la questione del senso senza promettere una risposta bell'e pronta, e ne trae un'etica della misura. A 44 anni riceve il premio Nobel per la letteratura (1957). Il suo discorso di Stoccolma riassume la sua posizione: il compito della sua generazione, dice, è impedire che il mondo si disfi.
La sua epoca
Nasce in Algeria in una famiglia povera; suo padre muore in guerra nel 1914. Studia filosofia ad Algeri. Durante la seconda guerra mondiale scrive su Combat, giornale della Resistenza. Pubblica Lo straniero e Il mito di Sisifo nel 1942, La peste nel 1947, L'uomo in rivolta nel 1951. Quest'ultimo libro provoca nel 1952 la rottura con Sartre e con la rivista Les Temps modernes. Muore in un incidente d'auto a 46 anni.
Attenzione alle parole
In Camus, «assurdo» non significa «ridicolo»: è il disaccordo tra una mente che chiede un senso e un mondo che non ne offre. Lo dice lui stesso: l'assurdo non è né nell'uomo né nel mondo, ma nella loro presenza comune. Allo stesso modo «rivolta» indica il rifiuto che afferma un valore, non la violenza. Infine, gli estratti de L'uomo in rivolta presenti in questa pagina provengono da una digitalizzazione OCR non interamente riletta.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaNon costruisce un ateismo positivo. Nel Mito di Sisifo scrive di non sapere se il mondo abbia un senso che lo superi, ma di non conoscere quel senso. Una nota precisa che non è l'affermazione di Dio che mette in discussione, ma la logica che vi conduce. Il suo atteggiamento è vivere «senza appello», come se Dio non rispondesse. Molti lo annoverano tra gli atei, altri tra gli agnostici.
Non sviluppa una teoria della conoscenza. Sostiene che ciò che comprende è ciò che tocca e ciò che gli resiste, e rifiuta di negare la ragione: essa ha un ordine in cui è efficace, quello dell'esperienza umana. Questo lo avvicina all'empirismo, senza che si dichiari empirista.
Pochissime certezze: l'appetito di chiarezza dell'uomo e l'impossibilità di ridurre il mondo a un principio ragionevole. Dice che una sola certezza basta a chi cerca. Per il resto, rifiuta di appoggiarsi a ciò che non può verificare.
Non tratta come tale la questione del rapporto tra mente e corpo. Scrive soltanto che il giudizio del corpo vale quanto quello della mente, e che il corpo arretra davanti all'annientamento.
Mette da parte la questione del libero arbitrio: sapere se l'uomo sia libero non gli interessa, perché può sperimentare solo la propria libertà. Afferma una libertà di pensiero e di azione, limitata dalla morte. L'assurdo, dice, annulla le possibilità di una libertà eterna ma esalta la libertà d'azione.
Nel Mito di Sisifo mette da parte i giudizi di valore a favore dei giudizi di fatto. Ne L'uomo in rivolta scopre nella rivolta un valore che «preesiste» all'azione e sospetta una natura umana. Ma dice anche che nulla autorizza ad affermare che questi princìpi siano sempre esistiti. La sua posizione evolve e resta discussa.
Rifiuta il «salto» della fede, che giudica una scappatoia, e scrive che, per uno spirito assurdo, non c'è nulla al di là della ragione. Ma non nega per questo la ragione: ne riconosce i limiti e i poteri relativi. Non dice che la ragione giudica tutto, solo che non la abbandonerà.
Nessun senso dato: la vita sarà tanto meglio vissuta quanto meno avrà senso, scrive. Non conclude per questo che la vita non valga la pena di essere vissuta: al contrario, è la rivolta lucida a darle il suo valore.
In L'uomo in rivolta intuisce una natura umana, con qualcosa di «permanente da preservare». Ma sa che la rivolta può degenerare in rancore e tirannia. Non dice che l'uomo sia buono, né che sia malvagio.
Difende un «nuovo individualismo» fondato sul «Noi siamo»: non si può lasciar degradare la dignità comune, né in sé né negli altri. Rifiuta di sacrificare gli uomini di oggi alla storia di domani. Ma ammette che ogni società richiede una disciplina. Nei nostri testi non formula alcun programma politico.
Né un calcolo delle conseguenze, né un dovere astratto, né un'etica delle virtù nel senso di Aristotele. Il punto di partenza è la rivolta, che scopre un valore e un limite. Scrive che «respirare è giudicare»: vivere presuppone già dei valori. Rifiuta i princìpi astratti: la morale della rivolta li scopre «nel calore dell'insurrezione».