Antonio Gramsci
Il potere si fonda sull'egemonia culturale, non soltanto sulla forza.
Antonio Gramsci (1891 · 1937, Sardegna, poi Torino; più di dieci anni sotto il regime fascista, in carcere e poi in una clinica sorvegliata): marxismo. Una classe non domina soltanto con la forza: dirige anche, facendo accettare come evidenti le proprie idee e i propri valori. Gramsci chiama questo egemonia. Su AskPhilosophy: 3 argomenti ricostruiti, 5 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 4 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Perché è importante
Egemonia, società civile, intellettuali organici, guerra di posizione: queste parole di Gramsci sono diventate strumenti correnti nella scienza politica, nella sociologia e negli studi culturali, ben al di là del marxismo. Egli rifiuta un marxismo in cui la sola economia basterebbe a spiegare tutto e la storia avanzerebbe da sé. Pensa il dominio come un misto di forza e di consenso, il che aiuta a capire perché le persone accettino un ordine che non le favorisce.
La sua epoca
Nato in una famiglia povera della Sardegna, borsista all'Università di Torino, divenne giornalista socialista. Nel 1919 fondò L'Ordine Nuovo, che sosteneva i consigli di fabbrica di Torino. Contribuì alla fondazione del Partito Comunista d'Italia (1921), fu eletto deputato (1924), poi arrestato dal regime di Mussolini nel novembre 1926 e condannato nel 1928 a più di vent'anni di carcere. Malato, scrisse nella sua cella 29 quaderni (1929-1935), sotto l'occhio della censura: da qui espressioni prudenti come «filosofia della praxis» per indicare il marxismo. Morì a Roma a 46 anni. I suoi scritti dal carcere furono pubblicati dopo la guerra.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaNon discute quasi l'esistenza di Dio: per lui la religione è un fatto sociale, un elemento del senso comune, che la filosofia deve criticare e superare. Il Principe moderno, cioè il partito, prende nelle coscienze il posto della divinità. Giudica tuttavia l'ateismo «una forma puramente negativa e infeconda» se resta una semplice polemica.
La conoscenza è storica e sociale: «oggettivo» significa «umanamente oggettivo», valido per un'umanità unificata dalla cultura. Ha fiducia nella scienza sperimentale, ma parte dalla «filosofia spontanea» di tutti (linguaggio, senso comune) piuttosto che da principi tratti dalla sola ragione. Non rientra in nessuna scuola classica.
Rifiuta la verità assoluta ed eterna, anche per il marxismo, che può diventare un'ideologia «nel senso deteriore». Ma non è uno scettico: la verità è una conquista storica, una lotta contro le ideologie parziali e false.
Si richiama al materialismo storico, ma rifiuta il «materialismo volgare», che fa della materia un assoluto eterno, e parla di «umanesimo assoluto». La questione del rapporto mente-corpo non lo occupa: ciò che gli interessa è che il pensiero nasce dall'attività pratica e dalla storia.
Combatte il fatalismo e il determinismo meccanico, e vede nell'uomo un essere che può «farsi». Ma questa libertà è soprattutto collettiva e inserita in condizioni date: la volontà collettiva si forma nella storia, non in una scelta individuale isolata.
La morale è storica: è il Principe moderno che sostituisce l'imperativo categorico nelle coscienze. Eppure i suoi testi sono pieni di rimproveri morali (gli indifferenti sono dei vili). Non sviluppa una teoria morale a parte, da cui il dibattito.
La filosofia è «la critica e il superamento della religione e del senso comune». Non per questo disprezza il senso comune: ne è il punto di partenza, la «filosofia spontanea» di tutti, che la filosofia della praxis deve rendere critica. Conserva un senso laico della fede, come unità tra una concezione del mondo e una norma di condotta.
Nessun senso viene dall'alto: l'uomo è «il processo dei suoi atti». Il senso viene dall'impegno: «vivere vuol dire essere partigiani». I lettori non lo collocano tutti nello stesso punto, perché parla soprattutto di politica.
«La natura dell'uomo è l'insieme dei rapporti sociali»: cambia con essi. Nessuna natura fissa, dunque un'umanità perfettibile attraverso la storia e l'educazione. La vera domanda, dice, è che cosa l'uomo «può diventare».
La volontà collettiva, portata dal partito (il «moderno Principe»), conta più dell'individuo isolato. Ma non si tratta di un potere di pura forza: la direzione passa attraverso il consenso e attraverso intellettuali che escono dalle masse. Come Marx, si colloca male su questo asse: rifiuta la tradizione e l'ordine costituito.
Nessun fondamento morale eterno: un'azione è «utile o dannosa, virtuosa o scellerata» a seconda del suo rapporto con il Principe moderno e con la volontà collettiva. La riforma morale va insieme a un programma concreto, anche economico.