Ibn Khaldun
Le civiltà nascono e muoiono in base alla forza della loro solidarietà.
Ibn Khaldun (1332 · 1406, Maghreb, al-Andalus ed Egitto: Tunisi, Fez, Granada, Bugia (Béjaïa), Qal'at Ibn Salama (Algeria), Il Cairo): filosofia della storia. Gli storici ricopiano racconti impossibili: eserciti di 600.000 uomini, città di rame. Per distinguere il vero dal falso non basta verificare chi racconta: bisogna conoscere la natura della società umana, confrontando il passato con ciò che osserviamo oggi. Su AskPhilosophy: 4 argomenti ricostruiti, 5 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 4 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Perché è importante
È tra i primi a cercare leggi nella storia delle società: come nascono e muoiono gli Stati, perché i vinti imitano i vincitori, come le imposte, il lavoro e i prezzi fanno vivere una città. Poco letto nel mondo arabo dopo la sua morte, fu riscoperto dagli storici ottomani nel XVII secolo, poi in Europa nel XIX (traduzione francese di de Slane, 1863-1868). Nel XX secolo lo storico Arnold Toynbee lo ammira, e studiosi come l'antropologo Ernest Gellner o lo specialista di modelli storici Peter Turchin riprendono la sua idea di asabiyya.
La sua epoca
Nato a Tunisi in una famiglia originaria di Siviglia, perse i genitori e molti dei suoi maestri a causa della peste nera del 1348-1349. Trascorse la vita al servizio dei principi del Maghreb e di al-Andalus: segretario, ambasciatore presso il re di Castiglia, ciambellano, a volte in prigione o in fuga, spesso incaricato di negoziare con le tribù beduine. Stanco, nel 1375 si ritirò nel castello di Qal'at Ibn Salama (nell'attuale Algeria) e vi scrisse la Muqaddima in cinque mesi. Stabilitosi al Cairo dal 1382, vi fu più volte nominato grande giudice malikita. Perse la moglie e i figli in un naufragio (1384) e incontrò Tamerlano davanti a Damasco assediata (1401). Morì al Cairo nel 1406.
Leggere i suoi testi
Ibn Khaldun ha corretto e ampliato la Muqaddima fino alla morte: ne esistono più stadi del testo. Citiamo l'arabo della vulgata stampata a Būlāq (1857), la traduzione francese di de Slane (1863-1868), fatta su uno stadio più antico del testo, e la traduzione inglese di Rosenthal (1958), che segue l'ultimo stadio rivisto dall'autore. I nostri riferimenti seguono la numerazione di Rosenthal (libro I, capitolo, sezione); quella di Būlāq è spesso sfasata di due sezioni. Un passo può mancare in una delle tre versioni: lo segnaliamo. L'inglese proviene da un testo digitalizzato non riletto.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaMusulmano sunnita e giudice della legge religiosa. Apre il suo capitolo sulla teologia con una breve prova: la catena delle cause risale fino a «la Causa delle cause», il Dio unico. Per lui la ragione è una bilancia giusta, ma non bisogna servirsene per pesare l'unicità di Dio o l'altro mondo: su questi temi occorre seguire ciò che il Profeta ha prescritto di credere.
Le nostre idee generali sono tratte, per astrazione, da ciò che i sensi percepiscono. Per le cose del mondo, ciò che prova che una teoria è vera è l'osservazione, non il solo ragionamento. Il suo metodo di storico si fonda sul confronto con ciò che vediamo.
La ragione dà risultati «certi» nel suo ambito, e la conoscenza della natura della società permette, dice, di vagliare i racconti «senza alcun margine di dubbio». Ma su ciò che va oltre i sensi (Dio, l'anima, l'aldilà), la metafisica fornisce solo congetture.
L'uomo è fatto di due parti, una corporea, l'altra spirituale. È la parte spirituale che percepisce: percepisce le cose del corpo tramite il cervello e i sensi, e certe cose da sé, senza intermediario.
L'uomo è «figlio delle sue abitudini», non della sua natura: il suo carattere è plasmato dal genere di vita (deserto o città). E le dinastie seguono un corso quasi fissato in anticipo. Ma egli non nega che ciascuno risponda dei propri atti davanti alla legge, e gli studiosi discutono su quanta libertà lasci agli individui.
Dio ha posto il bene e il male nella natura umana. La legge religiosa vieta l'ingiustizia, e Ibn Khaldun mostra che essa ha una ragione che possiamo comprendere: l'ingiustizia rovina la civiltà. Il bene ha dunque un fondamento reale, al tempo stesso divino e osservabile.
La ragione è giusta, ma limitata: non deve pesare le questioni di fede. Egli confuta la metafisica dei filosofi e raccomanda la logica solo a chi conosce già bene la legge religiosa.
La vera felicità è quella che il Profeta ha promesso a coloro che obbediscono alla legge. Essa supera tutto ciò che le nostre percezioni possono cogliere e non si ottiene con le dimostrazioni dei filosofi.
Alla nascita l'anima è pronta a ricevere tanto il bene quanto il male; sono le abitudini a formarla. Ma il male è «la qualità più vicina» all'uomo quando né le buone abitudini né la religione lo correggono: occorre un potere che trattenga gli uomini dall'aggredirsi a vicenda.
L'uomo è «politico per natura»: da solo non può né nutrirsi né difendersi. Ogni società ha bisogno di un potere che trattenga gli uni dall'aggredire gli altri, e questo potere poggia sulla solidarietà di un gruppo. Ma un buon governo è mite e rispetta i beni dei sudditi.
Prima di tutto la legge divina. Ma egli mostra che i suoi grandi divieti hanno una ragione: preservare la religione, la vita, l'intelletto, la discendenza e i beni, senza i quali la civiltà muore. Un'etica della legge, spiegata attraverso i suoi effetti.