DomandeLa scienza può spiegare tutto?L'intelligenza è fatta per la materia, non per la vita
La scienza può spiegare tutto?Vera, ma non tutto

L'intelligenza è fatta per la materia, non per la vita

«L'intelligenza è caratterizzata da una incomprensione naturale della vita»; intelligenza e intuizione

Henri Bergson 1859 · 1941L'atto libero scaturisce dalla nostra intera personalità: la durata vissuta non può essere ritagliata come lo spazio.
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Che cosa sostiene

Dunque la scienza, opera dell'intelligenza, è vera della materia ma non coglie la vita: per questo occorre l'intuizione, che ci colloca all'interno della vita.

Perché

L'intelligenza è fatta per fabbricare: taglia e fissa, dunque coglie la materia ma lascia sfuggire la vita, che si muove.

La stessa idea attraverso la storia
Henri Bergson1907Ne L'evoluzione creatrice, Bergson spiega l'intelligenza a partire dalla sua origine: essa è nata per fabbricare strumenti, non per conoscere la verità delle cose in sé.
In breve

«L'intelligenza è fatta per la materia, non per la vita» è un argomento di Henri Bergson (L'evoluzione creatrice, 1907, capitoli II-III, 1907) sulla domanda «La scienza può spiegare tutto?» (risposta: vera, ma non tutto). La sua tesi: Dunque la scienza, opera dell'intelligenza, è vera della materia ma non coglie la vita: per questo occorre l'intuizione, che ci colloca all'interno della vita. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P5, P6, P7). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 3 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

L'evoluzione creatrice, 1907, capitoli II-III
Valido con una premessa implicita

Perché siamo così abili nel costruire ponti e razzi, e così goffi nel comprendere che cosa significhi vivere, creare, cambiare? Bergson risponde con la storia della nostra intelligenza: essa si è formata per agire sugli oggetti, dunque per ritagliarli, fissarli, misurarli e rifare ciò che è già stato fatto. Questo è perfetto per la materia inerte. Ma la vita è un movimento continuo in cui sorge senza posa qualcosa di nuovo, e ciò che si taglia a pezzi non è più la vita. Egli non ne ricava che la scienza sia falsa: è vera della materia. Ne ricava che essa non dice tutto, e che occorre un altro modo di conoscere, l'intuizione, per avvicinarsi alla vita e alla durata.

P1L'intelligenza è, alla sua origine, la facoltà di fabbricare oggetti artificiali, soprattutto strumenti per fare strumenti, e di variare indefinitamente questa fabbricazione.
P2Fabbricare esige di ritagliare il reale in pezzi fissi, di comporre il vecchio con il vecchio e di ripetere gli stessi gesti per ottenere lo stesso risultato. L'intelligenza è a suo agio soltanto «nel discontinuo, nell'immobile, nel morto»; non ammette né l'imprevedibile né la creazione.
P3La vita è un divenire continuo in cui ogni istante porta qualcosa di nuovo e in cui le cause fanno parte dell'effetto: un movimento che si può sentire in sé, ma non ricostruire con dei pezzi.
P4L'intelligenza è rivolta verso la materia inerte, e la scienza è la sua opera: essa ci consegna in modo sempre più completo il segreto delle operazioni fisiche, ma della vita non dà che «una traduzione in termini di inerzia».
P5 · premessa implicitaUna facoltà formata per fissare e ricomporre elementi non può cogliere dall'interno un movimento continuo e creatore.
P6 · premessa implicitaSe l'intelligenza, e dunque la scienza, è rivolta verso la materia, ciò che dice della materia è vero.
P7 · premessa implicitaSe l'intelligenza non coglie la vita dall'interno, per conoscerla è necessaria un'altra facoltà, rivolta verso la vita: l'intuizione, ovvero l'istinto divenuto cosciente di sé.
Dunque la scienza, opera dell'intelligenza, è vera della materia ma non coglie la vita: per questo occorre l'intuizione, che ci colloca all'interno della vita.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P5, si può dire che l'intelligenza è nata per fabbricare ma ha superato la propria origine, come la mano fatta per afferrare suona il pianoforte: l'origine di una facoltà non ne fissa i limiti. Senza P7, si può accettare che la scienza non dica tutto sulla vita, senza accettare che un'altra facoltà possa dirne di più.
L'argomento è valido con le premesse nascoste P5, P6 e P7. P1 e P2 mostrano che l'intelligenza è fatta per ciò che è fisso; P3 che la vita è mobile; P5 ne ricava che l'intelligenza non coglie la vita; P4 e P6 che la scienza è vera della materia; P7 che l'intuizione è allora necessaria.
Analogia. Una pellicola cinematografica è fatta di fotografie fisse: proiettate velocemente, danno l'impressione del movimento, ma nessuna fotografia contiene il movimento stesso. L'intelligenza lavora come la pellicola: prende vedute ferme di ciò che si muove. Sa metterle in ordine molto bene, ma per sentire il movimento bisogna collocarsi nel movimento, non guardare le immagini.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Bertrand Russell 1912 · attacca la conclusione

Russell osserva che la condanna dell'intelletto poggia interamente sulla teoria bergsoniana dello spazio, e si propone di confutarla con argomenti, cioè con l'intelletto stesso. La posta in gioco è totale: se Bergson non riesce a condannare l'intelletto, «l'intelletto riuscirà a condannare lui», perché tra i due è una guerra all'ultimo sangue.

Bergson risponde
Henri Bergson La risposta di Bergson
Bergson prevede il punto: l'intuizione «si servirà del meccanismo stesso dell'intelligenza» per mostrare che i suoi schemi non si applicano alla vita. E questo non è un rifiuto: l'intelligenza resta il nucleo luminoso della nostra conoscenza ed è da essa che viene «lo scossone» che solleva l'intuizione.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Disaccordo di fondo: l'intelletto può giudicare da solo i propri limiti (Russell, che lo difende con argomenti), oppure bisogna, per vederli, collocarsi anche fuori di esso (Bergson)? Nessuno dei due campi ha avuto la meglio.
J
Jacques Monod 1970 · attacca la premessa 5

Monod sostiene che la biologia molecolare ha reso superfluo il vitalismo: gli esseri viventi sono macchine chimiche, che si spiegano con molecole, mutazioni e selezione naturale. L'intelligenza scientifica ha dunque potuto cogliere la vita, senza ricorrere a un'intuizione particolare.

Bergson risponde
Henri Bergson Risposta bergsoniana
Bergson non nega che la scienza spieghi i meccanismi della vita; dice che la spiega traducendola «in termini di inerzia», e che non pretende di fare di più. Ciò che lascia sfuggire è l'invenzione stessa: la riconduce a elementi già esistenti disposti in modo diverso, senza averla prevista.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Disaccordo di fondo: «tradurre in termini di meccanismo» è già comprendere la vita (Monod), o lasciarne sfuggire l'essenziale (Bergson)? La questione dipende da ciò che si intende per comprendere.
Bertrand Russell 1912 · attacca la premessa 7

Russell osserva che Bergson raramente fornisce ragioni per le sue opinioni: conta sul loro fascino e sulla bellezza dello stile. Un'intuizione che non si può né ripetere né controllare non sarebbe una conoscenza, soltanto un'impressione.

Bergson risponde
Henri Bergson La risposta di Bergson
Bergson ammette che l'intuizione da sola non basta: la dialettica, dice, è «necessaria per mettere alla prova l'intuizione» e per trasmetterla agli altri. Ma aggiunge che spesso essa non fa che sviluppare ciò che l'intuizione ha portato: il filosofo che spinge i concetti l'uno dietro l'altro sente presto di aver «perso l'appoggio», e un nuovo contatto con l'intuizione diventa necessario.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Punto aperto: Bergson descrive l'intuizione attraverso immagini (l'artista, la simpatia) più che attraverso un metodo. Lo ha precisato in seguito (Il pensiero e il movimento, 1934), ma la questione del suo controllo resta dibattuta.