DomandeChe cos'è la felicità?Felici anche sotto tortura?
Che cos'è la felicità?La virtù e la saggezza

Felici anche sotto tortura?

Cicerone 106 a.C. · 43 a.C.La vera legge è la retta ragione, conforme alla natura.
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Che cosa sostiene

Dunque la virtù basta alla felicità: il saggio è sempre felice, anche nei tormenti.

Perché

La felicità richiede un bene che non si può perdere, e solo la virtù lo è, perché non dipende che da noi.

In breve

«Felici anche sotto tortura?» è un argomento di Cicerone (Tusculanae disputationes, V, 29-44; V, 80-87) sulla domanda «Che cos'è la felicità?» (risposta: la virtù e la saggezza). La sua tesi: Dunque la virtù basta alla felicità: il saggio è sempre felice, anche nei tormenti. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P4). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 2 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Tusculanae disputationes, V, 29-44; V, 80-87
Valido con una premessa implicita

La virtù basta per essere felici? Si può essere felici in prigione, malati, in esilio, e perfino sotto tortura? Cicerone scrive questo libro poco dopo la morte della figlia, allontanato dal potere da Cesare. Difende la risposta più dura, quella degli stoici: sì, il saggio è sempre felice. Ma egli stesso riconosce che tutto dipende da una tesi: che il dolore e le sventure non siano veri mali.

P1Essere felici significa possedere un bene stabile, che non si teme di perdere, senza alcun male mescolato.
P2La salute, la ricchezza, la patria possono sempre andare perdute. La virtù, invece, dipende solo da noi: il saggio la possiede come un bene stabile.
P3Solo ciò che è onesto è un bene: un uomo ricco, bello e potente, ma ingiusto e vile, è infelice.
P4 · premessa implicitaSe solo l'onesto è un bene, allora il dolore, la povertà o l'esilio non sono veri mali: chi conserva la propria virtù non subisce alcun male reale.
Dunque la virtù basta alla felicità: il saggio è sempre felice, anche nei tormenti.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P4, il computer trova un saggio virtuoso, la cui virtù è stabile, per il quale solo l'onesto è un bene, e che tuttavia subisce un vero male sulla ruota: non è felice.
Valido con P4. P1 e P2 mostrano che la virtù è il candidato giusto: un bene che la fortuna non può riprendersi. Ma per concludere che il saggio è felice sotto tortura, occorre anche che la tortura non sia un vero male (P4). Lo dice Cicerone stesso: «se questi sono mali, chi può garantire che il saggio sarà sempre felice?». P4 è la premessa che i peripatetici rifiutano. Cicerone, da accademico, mostra poi che anche loro, se coerenti, dovrebbero concedere al saggio una vita felice, se non perfettamente felice.
Analogia. Un musicista perde il violino in un incendio. Ha perso la sua musica? Il violino era suo, ma la musica è ciò che è diventato suonando. Per Cicerone, la virtù è come la musica del musicista: un incendio può prendere tutto, tranne quella.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

L
L'ascoltatore (nel dialogo) attacca la premessa 4

Si può restare giusti, coraggiosi e dignitosi in mezzo ai tormenti: si vive allora bene, ma non felicemente. Le vostre virtù che marciano insieme verso il cavalletto fanno un bel quadro. Ma la prudenza stessa vede che non tutte le persone buone sono felici: ricordiamo Attilio Regolo, torturato a morte dai Cartaginesi.

Cicerone risponde
Cicerone
Che la felicità resti sola alla porta della prigione mentre tutte le virtù marciano verso il supplizio, sarebbe vergognoso. Ma è impossibile: le virtù non possono stare insieme senza la felicità, né la felicità senza di esse. Esse la trascineranno con sé, a qualunque tortura siano condotte.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Cicerone risponde all'immagine con un'immagine: afferma che le virtù e la felicità sono inseparabili, senza mostrare qui come si possa essere felici sul cavalletto. Tutto poggia ancora su P4: il dolore e la tortura non sarebbero veri mali.
Aristotele (Etica Nicomachea) 330 a.C. · attacca la premessa 3

Anche la felicità ha bisogno dei beni esterni: è difficile agire bene senza mezzi, senza amici, senza salute. Quelli che dicono che l'uomo sulla ruota, o colpito da grandi sventure, è felice se è buono, parlano a vuoto, lo vogliano o no.

Cicerone risponde
Cicerone
Anche ammettendo con i peripatetici tre specie di beni, si dice redditizio un commercio che guadagna molto più di quanto perde. Allo stesso modo, una vita in cui i beni dell'anima prevalgono di gran lunga può dirsi felice. Con i loro stessi princìpi, Aristotele, Senocrate, Speusippo e Polemone possono dunque dire, senza abbandonare i propri princìpi, che la felicità segue la virtù fin dentro il toro di Falaride.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Aristotele, dal canto suo, ha scritto il contrario (passo citato), e così il suo allievo Teofrasto: egli lodò il verso «la sorte, non la saggezza, governa la vita». Cicerone ammette che il verso è debole, ma giudica che nulla sia «più coerente» con i princìpi di Teofrasto (V, 24-25). Cicerone stesso, qualche pagina prima, trovava incoerente parlare di una vita «felice ma non del tutto» (V, 23): la sua risposta ai peripatetici concede loro soltanto una felicità in senso lato.
Martha Nussbaum (La fragilità del bene) 1986 · attacca la premessa 2

La virtù stessa non è al riparo dalla sorte. Sventure estreme possono spezzare il carattere di una persona buona, come Ecuba nella tragedia di Euripide, diventata crudele dopo la morte dei suoi figli. Far finta che la virtù dipenda solo da noi significa rifiutarsi di vedere la nostra vulnerabilità, che è anche ciò che dà valore ai nostri legami.

senza risposta
sintesi: il suo testo non è ancora nel nostro corpus
Nessuna risposta possibile: obiezione formulata nel 1986, dopo la morte dell'autore (-43).
Il dibattito continua (nostra sintesi) Uno stoico risponderebbe che chi la sventura rende crudele non aveva la virtù perfetta del saggio. Ma nel De amicitia (Sull'amicizia) (18), Cicerone fa dire a Lelio che nessun mortale ha ancora raggiunto quella saggezza. La tesi diventa allora quasi impossibile da verificare: se qualcuno si spezza, si dirà che non era davvero saggio.