DomandeSi può essere certi di qualcosa?Come si può essere persiani?
Si può essere certi di qualcosa?Dobbiamo dubitare

Come si può essere persiani?

Montesquieu 1689 · 1755Per evitare l'abuso, bisogna che il potere fermi il potere.
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Che cosa sostiene

Dunque, finché non ci guardiamo dall'esterno, i nostri giudizi su ciò che è normale o strano non valgono nulla: i nostri peggiori pregiudizi sono quelli «che fanno sì che si ignori se stessi».

Perché

Giudichiamo tutto con un ritorno su noi stessi: ciò che ci sembra normale o strano non dice altro che ciò che siamo.

In breve

«Come si può essere persiani?» è un argomento di Montesquieu (Lettere persiane, 30 e 59 (Rica)) sulla domanda «Si può essere certi di qualcosa?» (risposta: dobbiamo dubitare). La sua tesi: Dunque, finché non ci guardiamo dall'esterno, i nostri giudizi su ciò che è normale o strano non valgono nulla: i nostri peggiori pregiudizi sono quelli «che fanno sì che si ignori se stessi». Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P3). AskPhilosophy presenta 2 obiezioni, 1 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Lettere persiane, 30 e 59 (Rica)
Valido con una premessa implicita

Rica, un persiano, arriva a Parigi. Con l'abito persiano, tutti lo guardano. Con l'abito europeo, nessuno lo nota più. Ma appena si viene a sapere che è persiano: «Ma come si può essere persiani?» I parigini trovano naturale ciò che somiglia a loro, e strano tutto il resto. Il romanzo rovescia lo specchio: sono dei persiani a trovare strani i francesi. Sono dei personaggi a parlare, ma il procedimento è quello di tutto Montesquieu: guardarsi con occhi da straniero.

P1Non giudichiamo mai le cose se non con un ritorno segreto su noi stessi: «se i triangoli facessero un dio, gli darebbero tre lati».
P2Finché non usciamo di casa, questo ritorno su noi stessi ci fa sembrare normale ciò che ci è abituale e assurdo ciò che non lo è: persone che non sono «quasi mai uscite dalla loro stanza» si stupiscono che si possa essere persiani.
P3 · premessa implicitaUn giudizio che misura le cose solo in base alle nostre abitudini non ci insegna quanto esse valgano: ci insegna soltanto ciò che siamo.
Dunque, finché non ci guardiamo dall'esterno, i nostri giudizi su ciò che è normale o strano non valgono nulla: i nostri peggiori pregiudizi sono quelli «che fanno sì che si ignori se stessi».

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P3, il computer trova un caso in cui giudichiamo tutto in base alle nostre abitudini e in cui i nostri giudizi dicono tuttavia il vero valore delle cose: basterebbe che le nostre abitudini fossero, per caso, quelle giuste.
Con P3, l'argomento è valido. P3 è implicita: distingue ciò che un giudizio dice della cosa da ciò che dice di chi giudica. La conclusione è uno scetticismo limitato: riguarda i nostri giudizi spontanei sui costumi, non ogni conoscenza. Montesquieu crede peraltro in verità che non dipendono dal punto di vista, come la giustizia. Il punto debole è P1: se tutti i nostri giudizi sono un ritorno su di noi, lo è anche questo.
Analogia. Non sentiamo il nostro stesso accento. Bisogna andare all'estero, o che uno straniero ci imiti, per scoprire di averne uno.

Obiezioni

2

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

O
Obiezione classica: l'argomento si ritorce contro se stesso attacca la premessa 1

Se non giudichiamo mai se non con un ritorno su noi stessi, allora anche questo giudizio non è che un ritorno su di sé. E se tutto dipende dal punto di vista, nulla è più vero né giusto: ci sono solo costumi, e non abbiamo più il diritto di criticare quelli degli altri.

Montesquieu risponde
sintesi: il suo testo non è ancora nel nostro corpus
Montesquieu Usbek, in un'altra lettera (Lettere persiane, 83)
La giustizia è un rapporto di convenienza che si trova realmente tra due cose: questo rapporto è sempre lo stesso, qualunque sia l'essere che lo considera, Dio, un angelo o un uomo. È vero che gli uomini non vedono sempre questi rapporti, e il loro interesse è sempre ciò che vedono meglio.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Usbek risponde alla seconda metà dell'obiezione (tutto sarebbe solo costume), non alla prima: non dice come un giudizio fatto «con un ritorno su di sé» possa essere a sua volta affidabile. Il romanzo distingue dunque due cose: i costumi, che variano e che giudichiamo male dall'interno, e la giustizia, che non varia. Resta una difficoltà: come sapere, dall'interno della propria cultura, dove passi il confine tra le due? Le Lettere persiane non danno una regola; danno un metodo: decentrarsi.
E
Edward Said 1978 · attacca la conclusione

Lo «sguardo straniero» delle Lettere persiane non è quello di veri persiani: è un Oriente immaginato da un europeo, con il suo serraglio, i suoi eunuchi e le sue donne rinchiuse, tratto dai racconti dei viaggiatori. Non si esce da sé travestendosi da persiano: si proiettano sull'altro i propri fantasmi (Orientalismo, 1978).

senza risposta
sintesi: il suo testo non è ancora nel nostro corpus
Nessuna risposta possibile: obiezione formulata nel 1978, dopo la morte dell'autore (1755).
Il dibattito continua (nostra sintesi) Il romanzo rivolge anche lo sguardo contro il suo eroe: Usbek, così lucido sulla Francia, resta cieco sul dispotismo che esercita nel proprio serraglio, ed è una donna rinchiusa, Rossana, ad avere l'ultima parola: «ho potuto vivere nella schiavitù, ma sono sempre stata libera». Eppure Said non ha torto: questo Oriente è costruito con le immagini e i cliché dell'Europa del 1721, e i veri persiani non vi parlano mai. Il procedimento dello sguardo straniero resta potente; la scenografia, invece, è datata.