DomandeSi può essere certi di qualcosa?Sapere è avere un'opinione vera ed essere in grado di renderne ragione
Si può essere certi di qualcosa?Sì, attraverso la ragione

Sapere è avere un'opinione vera ed essere in grado di renderne ragione

La definizione della conoscenza come credenza vera giustificata; il Teeteto

Platone ca. 428 a.C. · ca. 348 a.C.Oltre le apparenze, le Idee eterne.
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Che cosa sostiene

Dunque la conoscenza è opinione vera accompagnata da ragione (logos): ciò di cui si può rendere ragione è oggetto di conoscenza, il resto no.

Perché

Né la sensazione né l'opinione vera bastano: un giudice può giudicare rettamente, persuaso dai testimoni, senza conoscere i fatti.

La stessa idea attraverso la storia
Platone385 a.C.Nel Menone (97e-98a), Socrate spiega già che un'opinione vera non è ancora conoscenza: è come una statua che fugge finché non viene legata da un ragionamento sulla sua causa.
Platone369 a.C.Nel Teeteto vengono esaminate tre risposte: la conoscenza è sensazione, la conoscenza è opinione vera, la conoscenza è opinione vera accompagnata da ragione (logos). La terza è quella che oggi si chiama «credenza vera giustificata».
Alfred Jules Ayer1956Nel XX secolo Ayer riprende la formula: sapere è avere una credenza vera, esserne certi e avere il diritto di esserne certi.
Roderick Chisholm1957Chisholm la formula così: sapere è accettare una proposizione vera per la quale si hanno prove adeguate. Gettier cita Ayer e Chisholm come i recenti difensori della definizione che attacca nel 1963.
In breve

«Sapere è avere un'opinione vera ed essere in grado di renderne ragione» è un argomento di Platone (Platone, Teeteto, 201c-d (ca. 369 a.C.), 385 a.C.) sulla domanda «Si può essere certi di qualcosa?» (risposta: sì, attraverso la ragione). La sua tesi: Dunque la conoscenza è opinione vera accompagnata da ragione (logos): ciò di cui si può rendere ragione è oggetto di conoscenza, il resto no. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), la conclusione segue effettivamente dalle sue 2 premesse. AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 3 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Platone, Teeteto, 201c-d (ca. 369 a.C.)
Valido

Che cos'è sapere? Nel Teeteto, il giovane Teeteto propone a Socrate tre risposte. Prima: sapere è sentire, percepire (è anche la tesi di Protagora, «l'uomo è misura di tutte le cose»). Socrate la confuta. Poi: sapere è avere un'opinione vera, ma un tribunale può giudicare rettamente essendo semplicemente persuaso, senza sapere. Resta la terza: sapere è avere un'opinione vera accompagnata da ragione (logos), cioè saper spiegare perché è vera. È la più famosa definizione della conoscenza, ed è rimasta classica per più di duemila anni. Ma Platone non dice che sia quella giusta: il dialogo si conclude senza una conclusione. Presentiamo qui l'argomento che conduce a questa definizione, così come lo fa emergere il dialogo, e ne indichiamo anche le difficoltà.

P1La conoscenza non è sensazione: la sensazione non raggiunge né l'essere né la verità, e la conoscenza si trova nel ragionamento sulle sensazioni, non nelle sensazioni stesse.
P2La conoscenza non è la semplice opinione vera: dei giudici possono pronunciare un verdetto corretto, persuasi dai testimoni, senza sapere nulla del caso. Opinione vera e conoscenza non sono dunque la stessa cosa.
P3 · premessa implicitaNon esiste un altro candidato serio: la conoscenza è sensazione, oppure opinione vera, oppure opinione vera accompagnata da ragione.
Dunque la conoscenza è opinione vera accompagnata da ragione (logos): ciò di cui si può rendere ragione è oggetto di conoscenza, il resto no.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P3, il computer trova un caso in cui il sapere non è né la sensazione né l'opinione vera, senza per questo essere l'opinione vera accompagnata da ragione (per esempio un quarto candidato che nessuno ha ancora proposto).
L'argomento è valido con P3: si scartano due candidati su tre, resta il terzo. Senza P3 non lo è più: si potrebbero aver scartato la sensazione e l'opinione vera senza che la definizione giusta sia «opinione vera più ragione». È proprio il problema di Platone: Socrate esamina poi tre sensi della parola logos e li respinge tutti (201d-210a), quindi lascia il dialogo senza risposta. La forza dell'argomento sta altrove: anche se incompleta, la distinzione tra un'opinione vera per caso e un sapere che poggia su ragioni è diventata la base della teoria della conoscenza.
Analogia. Uno studente si imbatte per caso nella risposta giusta a un problema di matematica, tirando a indovinare. Ha un'opinione vera, ma non si dice che sa. Un altro studente trova la stessa risposta e sa mostrare come ci è arrivato: di lui si dice che sa.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

T
Teeteto e Protagora 369 a.C. · attacca la premessa 1

Sapere è sentire: chi sa una cosa percepisce ciò che sa. E se, come dice Protagora, l'uomo è misura di tutte le cose, ogni cosa è per me come mi appare, per te come ti appare: non c'è nulla di più da sapere di ciò che si percepisce.

Platone risponde
Socrate (in Platone) Risposta di Socrate (186d-e)
La scienza non risiede nelle sensazioni ma nel ragionamento che si fa su di esse: è mediante il ragionamento che si può cogliere l'essere e la verità, cosa che la sensazione non può fare. Sensazione e scienza non sono dunque la stessa cosa.
Socrate (in Platone) Socrate rivolge la tesi di Protagora contro se stessa (171a-b)
Se Protagora ammette che l'opinione di coloro che pensano che egli si sbagli è vera, riconosce che la propria opinione è falsa.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Gli studiosi discutono la forza di questa confutazione: Protagora potrebbe rispondere che la sua tesi è vera solo per lui. Nel dialogo Teeteto è convinto, e il testo è scritto in modo che lo siamo anche noi.
Socrate (in Platone) 369 a.C. · attacca la conclusione

Se ci si chiede che cos'è il sapere, rispondere che è un'opinione vera accompagnata dalla conoscenza di ciò che la distingue da tutto il resto è una risposta sciocca: si usa la parola «conoscenza» per definire la conoscenza. Più in generale, Socrate esamina tre sensi di «logos» (esprimere il proprio pensiero, enumerare gli elementi, indicare il segno distintivo) e nessuno regge.

Platone risponde
F
Fine del dialogo (210a-b)
Socrate conclude che né la sensazione, né l'opinione vera, né l'opinione vera accompagnata da una spiegazione è il sapere. Il dialogo si ferma qui, senza una definizione: ha solo permesso di sbarazzarsi di risposte false.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Per questo Platone non può essere presentato come il difensore della definizione: è un personaggio, Teeteto, a dire di averla sentita «in sogno», e Socrate la mette alla prova. La storia della filosofia ha tuttavia conservato la formula e dimenticato il fallimento.
E
Edmund Gettier 1963 · attacca la conclusione

Si può avere un'opinione vera, essere giustificati nel sostenerla, e tuttavia non sapere. Esempio (caso I): Smith ha buone ragioni per credere che Jones otterrà il posto e che Jones abbia dieci monete in tasca. Ne deduce: «l'uomo che otterrà il posto ha dieci monete in tasca». Ma è Smith a ottenere il posto, e si dà il caso che abbia dieci monete in tasca, senza saperlo. La sua credenza è vera e giustificata, ma non si dirà che sa. Le tre condizioni (vero, creduto, giustificato) non bastano dunque.

Platone risponde
A
Alvin Goldman La condizione causale (1967)
Goldman propone di aggiungere una condizione: perché qualcuno sappia, occorre che il fatto che rende vera la sua credenza sia collegato nel modo giusto, tramite una catena causale, a tale credenza. Nei casi di Gettier, la credenza di Smith non è causata dal fatto che la rende vera (le monete nella sua stessa tasca).
A
Alvin Goldman Il caso dei finti fienili (1976)
Henry guida in campagna e guarda un vero fienile. La sua credenza «quello è un fienile» è vera ed è causata dal fienile. Ma la regione è piena di finti fienili di cartone che egli non distingue da uno vero. Sembra che non sappia, nonostante il legame causale: la condizione causale non basta dunque nemmeno essa.
Vedi il seguito del dibattito (2)
A
Alvin Goldman L'affidabilismo (1979)
La «ragione» viene sostituita da un criterio esterno: una credenza vera è sapere se è prodotta da un processo affidabile, cioè che produce per lo più credenze vere. Il soggetto non ha più bisogno di saper spiegare la propria credenza: è una rinuncia al logos di Platone.
L
Linda Zagzebski 1994
Finché una teoria lascia uno scarto tra ciò che giustifica una credenza o la rende affidabile e la sua verità, si può sempre costruire un caso alla Gettier: si aggiunge un colpo di fortuna che rende comunque vera la credenza. Il problema sarebbe quindi inevitabile per quasi tutte le definizioni.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Sessant'anni dopo, non esiste una definizione accettata da tutti. Molti filosofi ne concludono che la conoscenza sia forse primitiva e non si lasci scomporre in ingredienti (è la tesi di Timothy Williamson, 2000), altri cercano ancora la quarta condizione. Lo stesso Gettier non ha pubblicato quasi nient'altro.