René Descartes
Dubitare di tutto per trovare ciò che resiste al dubbio.
René Descartes (1596 · 1650, Francia · Province Unite · Svezia): razionalismo. Per costruire un sapere solido quanto la matematica, Cartesio decide di [[doute-methodique|dubitare di tutto]] ciò di cui si può dubitare: i sensi, i sogni, perfino le dimostrazioni. Una sola cosa resiste: mentre dubita, pensa, dunque esiste. Su AskPhilosophy: 9 argomenti ricostruiti, 4 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 4 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Perché è importante
Lo si chiama spesso il padre della filosofia moderna: parte dal soggetto che pensa anziché dall'autorità degli Antichi. Matematico, inventa la geometria analitica: le «coordinate cartesiane» che si imparano ancora a scuola.
La sua epoca
Formato presso i gesuiti di La Flèche, soldato durante la guerra dei Trent'anni, visse vent'anni nelle Province Unite. Nel 1633, venuto a sapere della condanna di Galileo, rinunciò a pubblicare il suo trattato Il mondo. Morì a Stoccolma, invitato dalla regina Cristina.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaDimostra l'esistenza di Dio a partire dall'idea di infinito che troviamo in noi (Med. III) e con l'argomento ontologico (Med. V). Dio garantisce poi la verità delle nostre idee chiare e distinte.
Il pezzo di cera: non sono né la vista né il tatto a farci conoscere che cosa sia la cera, ma «un'ispezione della mente». Le nostre idee fondamentali sono innate.
Il dubbio non è un fine ma uno strumento: conduce a una regola generale: ciò che concepiamo chiaramente e distintamente è vero.
Il dualismo cartesiano: la mente (cosa pensante, priva di estensione) e il corpo (cosa estesa, che non pensa) sono due sostanze distinte. Si veda l'argomento completo più sotto.
La libertà della nostra volontà si conosce senza prova: anche dubitando di tutto, sentivamo di poterci rifiutare di credere. Ammette tuttavia di non saperla conciliare con l'onnipotenza di Dio.
Il bene è oggettivo, ma Cartesio sostiene (Risposte alle sesta obiezioni, e le sue lettere a Mersenne del 1630) che le verità eterne, comprese quelle sul bene, dipendono dalla libera volontà di Dio; l'uomo le trova già stabilite da Dio. Un originale realismo morale, fondato in Dio.
Dio e l'anima devono essere dimostrati «con ragioni di filosofia piuttosto che di teologia». Ma lascia la teologia rivelata fuori dal campo del suo metodo.
Non tratta direttamente la questione. Nella sua corrispondenza con Elisabetta, il sommo bene è il appagamento della mente che nasce dalla virtù.
«Il buon senso è la cosa meglio distribuita del mondo»: la ragione è uguale in tutti; i nostri errori derivano dall'uso sbagliato della nostra volontà, non da una natura corrotta.
La sua prima massima: obbedire alle leggi e ai costumi del proprio paese e mantenere la propria religione. Riserva il dubbio radicale alla ricerca della verità, non alla vita sociale, e rifiuta di riformare gli Stati.
La sua morale consiste dapprima in «massime provvisorie» (Discorso III), poi culmina nella generosità: la ferma risoluzione di far buon uso del proprio libero arbitrio. Gli studiosi discutono su quanto questa morale sia vicina all'etica delle virtù e allo stoicismo.