DomandeChe cosa rende giusta un'azione?La virtù è un giusto mezzo tra due vizi
Che cosa rende giusta un'azione?La virtù

La virtù è un giusto mezzo tra due vizi

La dottrina del giusto mezzo (Aristotele)

Aristotele 384 a.C. · 322 a.C.Osservare, classificare, ragionare: la felicità attraverso la virtù.
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Che cosa sostiene

Dunque la virtù è una disposizione a scegliere il giusto mezzo relativo a noi, stabilito dalla ragione dell'uomo prudente, tra due vizi, uno per eccesso, l'altro per difetto. Per esempio, il coraggio sta tra la temerarietà e la viltà.

Perché

Le emozioni possono essere sentite troppo o troppo poco; come ogni buon artigiano, si mira al giusto mezzo, che varia da persona a persona.

La stessa idea attraverso la storia
Confucio500 a.C.Un'idea affine, nata senza alcun legame con la Grecia: nei Dialoghi (6.27), Confucio chiama «la più alta» la virtù che si mantiene nel mezzo (zhong yong). Non è una fonte di Aristotele, ma un parallelo.
Aristotele335 a.C.Etica Nicomachea, libro II: la versione qui presentata, con la tavola delle virtù (coraggio, temperanza, liberalità…) collocate ciascuna tra due vizi.
Tommaso d'Aquino1271Summa theologiae I-II, questione 64: Tommaso d'Aquino riprende la tesi («la virtù morale consiste in un giusto mezzo») e la trasmette a tutta la morale cristiana del Medioevo.
G. E. M. Anscombe1958«Modern Moral Philosophy»: la morale del dovere e dell'obbligo ha perso il suo senso; è meglio ripartire da nozioni come «giusto» o «coraggioso», alla maniera di Aristotele. Il punto di partenza dell'etica della virtù moderna.
Alasdair MacIntyre1981Dopo la virtù: la morale moderna è fatta di frammenti privi di legame; occorre tornare a un'etica delle virtù di tipo aristotelico, radicata in pratiche e tradizioni.
In breve

«La virtù è un giusto mezzo tra due vizi» è un argomento di Aristotele (Etica Nicomachea, II 6-7 (1106a-1107b), 335 a.C.) sulla domanda «Che cosa rende giusta un'azione?» (risposta: la virtù). La sua tesi: Dunque la virtù è una disposizione a scegliere il giusto mezzo relativo a noi, stabilito dalla ragione dell'uomo prudente, tra due vizi, uno per eccesso, l'altro per difetto. Per esempio, il coraggio sta tra la temerarietà e la viltà. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P4). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 2 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Etica Nicomachea, II 6-7 (1106a-1107b)
Valido con una premessa implicita

Essere coraggiosi significa non avere mai paura? Per Aristotele, no: chi non teme nulla è temerario, chi teme tutto è vile. La virtù non è un estremo, è la giusta misura, e questa giusta misura dipende dalla persona e dalla situazione.

P1La virtù morale riguarda emozioni e azioni (paura, audacia, desiderio, ira, pietà, piacere, dolore) che si possono provare troppo o troppo poco, e in entrambi i casi si sbaglia.
P2In ogni arte, il buon artigiano evita il troppo e il troppo poco e mira al giusto mezzo: di un'opera riuscita si dice che non si può né aggiungerle né togliere nulla. Ora, la virtù è più esatta e migliore di qualsiasi arte: dunque anch'essa mira al giusto mezzo.
P3Questo mezzo non è un punto fisso, come 6 tra 2 e 10. È relativo a noi: la razione che è troppo piccola per l'atleta Milone è troppo grande per un principiante. È stabilito dalla ragione, come lo stabilirebbe l'uomo prudente.
P4 · premessa implicitaLa virtù e i due vizi si dispongono su una stessa scala: ciò che li distingue è il più o il meno (di paura, di spesa, di ira). Il troppo e il troppo poco sono dunque due vizi opposti, e la virtù sta tra di essi.
Dunque la virtù è una disposizione a scegliere il giusto mezzo relativo a noi, stabilito dalla ragione dell'uomo prudente, tra due vizi, uno per eccesso, l'altro per difetto. Per esempio, il coraggio sta tra la temerarietà e la viltà.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P4, il computer trova un mondo in cui la virtù mira davvero alla giusta misura, ma in cui il vizio non è un semplice «troppo» o «troppo poco»: per esempio l'avaro e il generoso non obbedirebbero alla stessa regola con più o meno intensità, avrebbero regole diverse. Allora «la virtù sta tra due vizi» non segue più.
L'argomento è valido se si aggiunge P4. Aristotele non la enuncia come premessa: la presuppone quando passa da «si può fare troppo o troppo poco» a «la virtù sta tra due vizi». È proprio questa che Kant attacca: per lui, la virtù e il vizio non differiscono per grado, ma per principio.
Analogia. Un buon cuoco non sala né troppo né troppo poco, e la giusta quantità dipende dal piatto. Nessuno può scrivere in anticipo «mettete 3 grammi di sale» per tutti i piatti: decide l'occhio del buon cuoco. Per Aristotele, lo stesso vale per l'ira, la paura o la generosità.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Kant 1797 · attacca la premessa 4

Il principio di Aristotele è falso. La virtù e il vizio non differiscono per grado, ma per il loro principio. L'avaro non è un risparmiatore che esagera: ha un'altra regola di vita (possedere senza mai godere), e così lo spendaccione (godere senza conservare nulla). Se la virtù fosse un vizio attenuato, si passerebbe dalla prodigalità all'avarizia attraversando la buona gestione, il che è assurdo.

Aristotele risponde
Aristotele 335 a.C. · La risposta anticipata di Aristotele
Per la sua essenza e la sua definizione, la virtù è un mezzo; ma dal punto di vista di ciò che è bene e ottimo, è un estremo, un culmine.
Il dibattito continua (nostra sintesi) I lettori di Aristotele fanno notare che il suo mezzo non è una quantità media (lo dice lui stesso: non è 6 tra 2 e 10): è la risposta giusta, al momento giusto, verso le persone giuste. Kant sostiene che ciò che fa la differenza è la massima seguita, per cui la nozione di grado è inutile per definire il vizio. Il dibattito continua: virtù di carattere (Aristotele) o regola giusta (Kant)?
Kant 1797 · attacca la premessa 3

«Non fare nulla né troppo né troppo poco» non dice assolutamente nulla: è una tautologia. Troppo significa «più di quanto sia bene»; troppo poco, «meno di quanto sia bene». Questo giusto mezzo tra due estremi, chi me lo indicherà? La formula non offre alcun principio preciso.

Aristotele risponde
Aristotele 335 a.C. · La risposta anticipata di Aristotele
Fino a che punto e in che misura si meriti biasimo non può essere stabilito in anticipo da un ragionamento, come del resto per le altre cose percepite dai sensi: dipende dai casi particolari, ed è la percezione a giudicare. Aristotele aveva avvertito fin dal libro I: in etica non si può esigere la precisione della matematica.
Il dibattito continua (nostra sintesi) È proprio questa l'obiezione: rimandare al giudizio dell'uomo saggio (prudente) significa riconoscere che non esiste una regola per trovare il giusto mezzo. I difensori dell'etica delle virtù rispondono che questo è un punto di forza e non un difetto: nessuna regola può sostituire il giudizio di una persona esperta. Kant concede lo stesso per i doveri «larghi» (si può sbagliare di più o di meno), ma non per il principio del dovere stesso.
Un limite che Aristotele pone da sé 335 a.C. · attacca la premessa 1

Non ogni azione o emozione ha un giusto mezzo. Alcune sono cattive già nel loro nome: la malevolenza, l'impudenza, l'invidia e, tra le azioni, l'adulterio, il furto, l'omicidio. Non ci si chiede con chi, quando e come commettere adulterio: commetterlo è semplicemente un male.

senza risposta
Aristotele non ha mai risposto a questa obiezione.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Dunque Aristotele stesso limita la sua tesi alle emozioni e alle azioni che ammettono il più e il meno. Ma per sapere che un'azione è cattiva «già nel suo nome», bisogna già sapere che cosa è male: il giusto mezzo non serve a scoprirlo. Per i critici, la dottrina descrive la virtù, una volta che la si conosce, più di quanto aiuti a trovarla. Kant porta un esempio affine: tra veridicità e menzogna non c'è alcun giusto mezzo.