La freccia avvelenata
La parabola della freccia avvelenata
Il Buddha insegna solo ciò che libera (la sofferenza, la sua origine, la sua fine, la via) e lascia senza risposta le domande sull'eternità del mondo, sull'anima e sull'aldilà.
Un uomo ferito che pretende delle risposte prima di lasciarsi curare muore prima di averle: certe domande non conducono alla liberazione.
«La freccia avvelenata» è un argomento di Siddhartha Gautama (the Buddha) (Cūḷamālukya Sutta, Majjhima Nikāya 63) sulla domanda «Si può essere certi di qualcosa?» (risposta: ciò che sfugge alle parole). La sua tesi: Il Buddha insegna solo ciò che libera (la sofferenza, la sua origine, la sua fine, la via) e lascia senza risposta le domande sull'eternità del mondo, sull'anima e sull'aldilà. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P4). AskPhilosophy presenta 2 obiezioni, 1 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.
Il monaco Māluṅkyaputta perde la pazienza: il Buddha non ha mai detto se il mondo sia eterno o finito, se l'anima e il corpo siano la stessa cosa, né che cosa accada a un Risvegliato dopo la morte. Esige una risposta, altrimenti lascerà la comunità. Il Buddha gli risponde con un'immagine: un uomo è colpito da una freccia avvelenata. Se rifiutasse che gliela si estragga prima di sapere chi ha tirato, di quale casta sia l'arciere o di quale legno sia fatto l'arco, morirebbe prima. Le domande rimaste senza risposta sono di questo genere: sostenere un'opinione su di esse non elimina né la nascita, né la vecchiaia, né la morte, né il dolore. Il Buddha insegna solo ciò che serve a uscire dalla sofferenza. Non è un rifiuto di riflettere: è una selezione, secondo l'utilità per la liberazione. Il testo giustifica il silenzio con l'utilità, non con un limite del linguaggio; ma un altro sutta (Aggivacchagotta, Majjhima Nikāya 72) aggiunge che il Risvegliato dopo la morte non può essere descritto, come un fuoco spento di cui non si può dire dove sia andato. Testo del canone pāli, messo per iscritto secoli dopo il Buddha.
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Obiezioni
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MMāluṅkyaputta (nel sutta stesso) 450 a.C. · attacca la conclusioneIl monaco risponde in anticipo con un argomento di onestà: se il Buddha sa, lo dica; se non sa, basta rispondere «non so, non vedo». Non rispondere affatto lascia credere che il maestro nasconda qualcosa.
un difensore risponde
Il monaco risponde in anticipo con un argomento di onestà: se il Buddha sa, lo dica; se non sa, basta rispondere «non so, non vedo». Non rispondere affatto lascia credere che il maestro nasconda qualcosa.
EEvan Thompson (Why I Am Not a Buddhist) 2020 · attacca la premessa 3Questo filosofo critica il «modernismo buddhista», che presenta il buddhismo come una pratica razionale, quasi una scienza, priva di metafisica: i testi buddhisti non sono meno metafisici di quelli delle altre religioni, e il nirvāṇa o il risveglio sono credenze di salvezza, non ipotesi verificabili. Applicato alla parabola (la nostra lettura): giudicare che una domanda sia «inutile per la liberazione» presuppone già una dottrina della liberazione.
senza risposta
Questo filosofo critica il «modernismo buddhista», che presenta il buddhismo come una pratica razionale, quasi una scienza, priva di metafisica: i testi buddhisti non sono meno metafisici di quelli delle altre religioni, e il nirvāṇa o il risveglio sono credenze di salvezza, non ipotesi verificabili. Applicato alla parabola (la nostra lettura): giudicare che una domanda sia «inutile per la liberazione» presuppone già una dottrina della liberazione.