DomandeSi deve credere senza prove?La Scrittura insegna come si va in cielo, non come vadano i cieli
Si deve credere senza prove?Due ambiti separati

La Scrittura insegna come si va in cielo, non come vadano i cieli

La Lettera alla Granduchessa Cristina

Galileo Galilei 1564 · 1642Astronomo e fisico: sostiene che la natura si legga attraverso l'esperienza e la matematica, e che la Scrittura parli della salvezza, non della meccanica dei cieli.
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Che cosa sostiene

Dunque, nelle questioni di natura, un versetto che sembra contraddire un fatto dimostrato non prevale: è il suo senso apparente che va riveduto. Lo Spirito Santo vuole insegnarci come si vada al cielo, non come vada il cielo.

Perché

La Scrittura non può mentire, ma il suo vero senso è spesso nascosto: di fronte a un fatto dimostrato, è la lettura letterale che si rivede.

La stessa idea attraverso la storia
Agostino d'Ippona401Galileo si appoggia a sant'Agostino (De Genesi ad litteram, libro I, che Galileo, nel suo margine, rimanda ai capitoli 18 e 19): un'opinione sulla natura contraddice la fede solo se è dimostrata falsa con certezza assoluta, e l'errore viene allora dall'ignoranza umana, non dalla Scrittura.
Galileo Galilei1615La versione qui presentata: una lettera scritta in italiano, per una granduchessa, in piena disputa sul sistema di Copernico.
Stephen Jay Gould1997Gould riprende la formula di Galileo in un'altra forma («noi studiamo come vanno i cieli, ed essi decidono come andare in cielo») per difendere due ambiti che non si sovrappongono.
In breve

«La Scrittura insegna come si va in cielo, non come vadano i cieli» è un argomento di Galileo Galilei (Lettera a Cristina di Lorena, 1615, 1615) sulla domanda «Si deve credere senza prove?» (risposta: due ambiti separati). La sua tesi: Dunque, nelle questioni di natura, un versetto che sembra contraddire un fatto dimostrato non prevale: è il suo senso apparente che va riveduto. Lo Spirito Santo vuole insegnarci come si vada al cielo, non come vada il cielo. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), la conclusione segue effettivamente dalle sue 4 premesse. AskPhilosophy presenta 2 obiezioni, 2 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Lettera a Cristina di Lorena, 1615
Valido

Nel 1615 gli avversari di Galileo sostengono che la Bibbia dica che il Sole si muove e che la Terra sta ferma, e che affermare il contrario sia contrario alla fede. Galileo risponde con una lunga lettera, che circola in copie prima di essere stampata nel 1636. Non dice che la Bibbia sbagli. Dice che la Scrittura non può mentire, ma che chi la legge può sbagliarsi, e che nelle questioni di natura si deve partire dall'esperienza prima di citare un versetto.

P1La Sacra Scrittura non può mai mentire, purché se ne sia raggiunto il vero senso. Questo vero senso è spesso nascosto e molto diverso dal significato nudo delle parole.
P2Per certi fatti di natura abbiamo (o possiamo avere) certezza mediante l'esperienza sensibile o dimostrazioni necessarie. Un tale fatto non deve essere messo in dubbio, ancor meno condannato, a causa di un versetto le cui parole sembrano dire altro.
P3Due verità non possono contraddirsi. Se il senso manifesto o la dimostrazione ci ha resi certi di un fatto di natura, i veri sensi dei testi sacri non possono che accordarsi con esso.
P4Gli scrittori sacri hanno parlato secondo la capacità di un popolo rozzo e privo di istruzione. Quando il senso letterale di un passo sulla natura contraddice un fatto dimostrato, è dunque il senso letterale a non essere il vero senso, e gli interpreti devono cercare quello che si accorda con il fatto.
Dunque, nelle questioni di natura, un versetto che sembra contraddire un fatto dimostrato non prevale: è il suo senso apparente che va riveduto. Lo Spirito Santo vuole insegnarci come si vada al cielo, non come vada il cielo.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Valido, senza premessa nascosta. Se la Scrittura è vera (P1) e il fatto di natura è davvero dimostrato (P2), essi non possono contraddirsi (P3). Se tuttavia il senso letterale sembra contraddire il fatto, allora quel senso letterale non è quello vero, e occorre cercare un altro senso (P4). Il peso poggia su P2: l'argomento è condizionale. Non dice che il moto della Terra sia dimostrato, dice che cosa fare quando un fatto lo è. Nel 1615 e nel 1616 è esattamente ciò che i suoi avversari contestano: per loro il moto della Terra non è dimostrato. La formula conclusiva (come si va al cielo) è quella che Galileo dice di aver sentito da un uomo di Chiesa di altissimo rango; una nota a margine della lettera indica il cardinale Baronio.
Analogia. Una guida alpina ti dice: «il sentiero sale verso il rifugio». Se misuri e il sentiero scende, non concludi che la guida menta: capisci che parlava della direzione della meta, non del profilo del terreno. Ma prima devi essere sicuro della tua misura.

Obiezioni

2

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

I
Il cardinale Bellarmino 1615 · attacca la premessa 2

Bellarmino accetta il principio, a una condizione. Se vi fosse una vera dimostrazione che il Sole è al centro e che la Terra si muove, bisognerebbe spiegare con grande cautela i passi che sembrano contrari, e dire piuttosto che non li comprendiamo che dire falso ciò che è dimostrato. Ma non crederà che esista una tale dimostrazione finché non gli sarà mostrata. E in caso di dubbio, non si deve abbandonare la Scrittura letta dai Padri.

Galilei risponde
Galilei Galileo, nella stessa lettera
Galileo scrive che, se una conclusione non può essere dichiarata eretica finché si può dubitare che sia vera, la fatica di coloro che vogliono condannare la mobilità della Terra sarà vana se prima non la dimostrano impossibile e falsa.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Questo passo sposta l'onere della prova sugli avversari, ma non risponde alla richiesta di Bellarmino: mostrare una dimostrazione del moto della Terra. Nel 1615 Galileo non ne aveva una decisiva; il suo argomento tratto dalle maree, per esempio, non era corretto. Il disaccordo di fondo resta: chi deve provare, e che cosa si fa finché la prova manca? (Nostra sintesi.)
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Entrambe le parti accettano il principio (una vera dimostrazione obbligherebbe a reinterpretare il testo). Divergono su un fatto: la dimostrazione esisteva nel 1615? Bellarmino risponde di no, Galileo ritiene le osservazioni già sufficienti.
I
Il Sant'Uffizio 1633 · attacca la premessa 4

Nella sentenza del processo del 1633, il Sant'Uffizio ricorda che i suoi teologi hanno giudicato la proposizione «il Sole è il centro del mondo e immobile» assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica perché espressamente contraria alla Scrittura. Il senso letterale del testo prevale dunque sull'ipotesi di Galileo.

un difensore risponde
Non abbiamo ancora individuato una risposta diretta di Galilei nei suoi testi.
G
Giovanni Paolo II difensore dell'argomento · 1992
Riassunto: davanti alla Pontificia Accademia delle Scienze, Giovanni Paolo II ritiene che la maggioranza dei teologi dell'epoca non percepisse la distinzione tra la Sacra Scrittura e la sua interpretazione. Essi trasposero così nell'ambito della fede una questione di fatto che rientrava nella ricerca scientifica.
G
George Coyne 2005
Riassunto: l'astronomo gesuita George Coyne dubita di questa diagnosi. A suo avviso, la distinzione tra la Scrittura e la sua interpretazione era nota ai consultori del Sant'Uffizio fin da Agostino. Il loro errore era un altro: esigevano una dimostrazione del copernicanesimo prima di abbandonare il senso letterale.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Oggi la Chiesa riconosce l'errore del 1633. Il disaccordo riguarda la sua natura: ignoranza della distinzione tra testo e interpretazione (Giovanni Paolo II), oppure una richiesta di prove troppo forte prima di reinterpretare (Coyne). Nel secondo caso, si ritrova la questione posta da Bellarmino.