DomandeChe cosa rende giusta un'azione?Trattare l'umanità sempre come un fine, mai semplicemente come un mezzo
Che cosa rende giusta un'azione?Il dovere

Trattare l'umanità sempre come un fine, mai semplicemente come un mezzo

La formula dell'umanità (imperativo categorico)

Immanuel Kant 1724 · 1804Stabilire i limiti della ragione; agire per dovere.
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Che cosa sostiene

Dunque: agisci in modo da trattare l'umanità, tanto nella tua persona quanto in quella di ogni altro, sempre allo stesso tempo come un fine, e mai semplicemente come un mezzo.

Perché

Ciascuno di noi vede se stesso come un fine in sé, e ogni essere razionale fa lo stesso per la medesima ragione: tutti hanno dunque un valore assoluto.

La stessa idea attraverso la storia
Immanuel Kant1785Seconda formula dell'imperativo categorico, dopo quella della legge universale. Kant la applica ai medesimi quattro esempi: il suicidio, la falsa promessa, i talenti lasciati incolti, il rifiuto di aiutare.
Immanuel Kant1785La falsa promessa, già giudicata con il test della legge universale: con la formula dell'umanità si vede subito che il creditore viene usato come un semplice strumento.
Christine Korsgaard1986Christine Korsgaard rilegge la formula così: ingannare o costringere qualcuno significa impedirgli di poter acconsentire a ciò che gli viene fatto. È la radice di ogni torto fatto agli altri.
In breve

«Trattare l'umanità sempre come un fine, mai semplicemente come un mezzo» è un argomento di Immanuel Kant (Fondazione della metafisica dei costumi, 1785, AA IV 428-430, 1785) sulla domanda «Che cosa rende giusta un'azione?» (risposta: il dovere). La sua tesi: Dunque: agisci in modo da trattare l'umanità, tanto nella tua persona quanto in quella di ogni altro, sempre allo stesso tempo come un fine, e mai semplicemente come un mezzo. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), la conclusione segue effettivamente dalle sue 3 premesse. AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 2 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Fondazione della metafisica dei costumi, 1785, AA IV 428-430
Valido

Un oggetto ha valore soltanto perché qualcuno lo desidera; una persona, invece, ha valore in se stessa. Kant ne ricava una delle frasi più celebri della filosofia: trattare l'umanità, tanto in se stessi quanto negli altri, sempre anche come un fine e mai semplicemente come un mezzo. Possiamo servirci degli altri (il panettiere, l'autista dell'autobus), ma mai come di semplici strumenti.

P1Ogni essere umano si rappresenta necessariamente la propria esistenza come un fine in sé, e non come un semplice strumento al servizio di qualcos'altro.
P2Ogni altro essere razionale si rappresenta la propria esistenza nello stesso modo, per la stessa ragione, che vale anche per me.
P3 · premessa implicitaCiò che ogni essere razionale deve rappresentarsi, per una ragione valida per tutti, vale realmente per tutti: la natura razionale è dunque un fine in sé per ciascuno, non soltanto ai propri occhi.
P4Ciò che è un fine in sé ha un valore assoluto: a differenza delle cose (gli esseri privi di ragione, che hanno soltanto un valore relativo), una persona non deve mai essere usata semplicemente come un mezzo.
Dunque: agisci in modo da trattare l'umanità, tanto nella tua persona quanto in quella di ogni altro, sempre allo stesso tempo come un fine, e mai semplicemente come un mezzo.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P3, si può ammettere che ciascuno si giudichi prezioso ai propri occhi, e persino per ragioni simili, senza che ciò mi obblighi verso gli altri: un egoista lucido pensa esattamente questo.
L'argomento è valido: P1 e P2 forniscono una ragione che ciascuno ha per considerarsi un fine in sé, P3 la rende valida per tutti, P4 ne ricava il divieto di usare qualcuno come un semplice strumento. Il punto debole è P3: lo stesso Kant dice di porre qui questo passaggio come un postulato, dimostrato più avanti. Le critiche riguardano anche il significato di «semplicemente come un mezzo» e il limite agli esseri razionali (P4).
Analogia. Un martello serve a piantare chiodi; quando si rompe, lo si getta via. Anche un dipendente rende un servizio, ma non abbiamo il diritto di «gettarlo via» né di ingannarlo: ha scopi propri, che dobbiamo rispettare pur approfittando del suo lavoro.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Derek Parfit 2011 · attacca la conclusione

Che cosa significa «semplicemente come un mezzo»? Ci serviamo continuamente degli altri. Parfit sostiene che trattare qualcuno semplicemente come un mezzo non è né necessario né sufficiente per agire male: si può fare un torto a qualcuno senza servirsi di lui, e una persona che vede gli altri solo come strumenti può compiere atti del tutto leciti. La formula non fornisce dunque, da sola, il criterio del male.

Kant risponde
Kant 1785 · Il criterio di Kant (1785)
Kant stesso fornisce il criterio con l'esempio della falsa promessa: colui di cui voglio servirmi con questa promessa non può assolutamente acconsentire al mio modo di agire verso di lui. Trattare qualcuno semplicemente come un mezzo significa agire in un modo a cui egli non potrebbe acconsentire, e di cui non potrebbe condividere lo scopo.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Parfit discute appunto questo criterio del consenso possibile (nel capitolo precedente del suo libro) e propone di precisarlo: ciò che conta è ciò a cui ciascuno potrebbe acconsentire ragionevolmente. I kantiani come Korsgaard vi vedono una conferma dell'idea di Kant; Parfit, un passo verso una teoria che concilia Kant e le conseguenze.
Jeremy Bentham 1789 · attacca la premessa 4

Perché il limite del rispetto dovrebbe passare per la ragione? Un cavallo o un cane adulto è più razionale di un neonato. La domanda non è: possono ragionare? né: possono parlare? ma: possono soffrire? Un'etica che fa degli animali semplici «cose» somiglia alle leggi che trattavano gli schiavi come cose.

Kant risponde
Kant 1797
La crudeltà verso gli animali è contraria al dovere, ma al dovere verso se stessi: ottunde in noi la compassione per le loro sofferenze, una disposizione molto utile alla morale verso gli altri uomini. Gli esperimenti dolorosi fatti per pura speculazione sono da aborrire. La gratitudine verso un vecchio cavallo o un vecchio cane rientra indirettamente nei nostri doveri.
Il dibattito continua (nostra sintesi) I critici giudicano fragile questa deviazione: se torturare un cane è male solo perché ci indurisce, allora torturare un cane senza testimoni e senza alcun effetto su di noi non sarebbe male. Alcuni kantiani di oggi, come Korsgaard, cercano di mostrare che l'etica di Kant può riconoscere doveri diretti verso gli animali.
Joshua Greene 2008 · attacca la conclusione

Nel dilemma del carrello, quasi tutti rifiutano di spingere un uomo da una passerella per fermare il carrello e salvare cinque persone: sarebbe usarlo semplicemente come un mezzo. Per l'utilitarista, cinque vite valgono più di una. Greene, basandosi sulle neuroimmagini, sostiene che questo rifiuto derivi soprattutto da una reazione emotiva automatica, che la teoria kantiana si limita a giustificare a posteriori.

senza risposta
Nessuna risposta possibile: obiezione formulata nel 2008, dopo la morte dell'autore (1804).
Il dibattito continua (nostra sintesi) Molti filosofi, tra cui Selim Berker (2009), rispondono che sapere quale parte del cervello produca un giudizio non dice se quel giudizio sia giusto: serve ancora un argomento morale per stabilire quali reazioni siano fuorvianti. E i kantiani ricordano che l'utilitarismo autorizzerebbe anche a prelevare gli organi di un passante per salvare cinque malati.