DomandeSi può essere certi di qualcosa?Il significato di una parola è il suo uso
Si può essere certi di qualcosa?Ciò che sfugge alle parole

Il significato di una parola è il suo uso

Ludwig Wittgenstein 1889 · 1951I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.
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Che cosa sostiene

Dunque, per una vasta classe di casi, il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio.

Perché

Molte parole hanno significato senza nominare un oggetto né condividere un'essenza comune: il loro significato è il modo in cui vengono usate.

In breve

«Il significato di una parola è il suo uso» è un argomento di Ludwig Wittgenstein (Ricerche filosofiche, §1, §23, §43, §66-67) sulla domanda «Si può essere certi di qualcosa?» (risposta: ciò che sfugge alle parole). La sua tesi: Dunque, per una vasta classe di casi, il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P4). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 2 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Ricerche filosofiche, §1, §23, §43, §66-67
Valido con una premessa implicita

Il secondo Wittgenstein apre le sue Ricerche citando Agostino, che racconta come ha imparato a parlare: gli adulti indicavano le cose e ne dicevano il nome. Wittgenstein vi vede un'immagine del linguaggio molto naturale, che egli stesso aveva difeso nel Tractatus («il nome significa l'oggetto»). Qui la smonta, e annovera «l'autore del Tractatus» tra coloro che si sono sbagliati.

P1Se il significato di una parola fosse l'oggetto che essa nomina, ogni parola dotata di significato nominerebbe un oggetto.
P2Eppure molte parole hanno significato senza nominare alcun oggetto: «cinque», e tutte le parole che servono a chiedere, ringraziare, imprecare, salutare, pregare.
P3Il significato non deriva nemmeno da un'essenza comune a tutto ciò che la parola designa: guardate i «giochi», non troverete nulla di comune a tutti, solo «somiglianze di famiglia».
P4 · premessa implicitaSe il significato di una parola non è né l'oggetto nominato né un'essenza comune, è il modo in cui la si usa, come accade per uno strumento.
Dunque, per una vasta classe di casi, il significato di una parola è il suo uso nel linguaggio.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P4, il computer trova un mondo in cui il significato di una parola non è né un oggetto nominato né un'essenza comune, ma nemmeno il suo uso: per esempio un'immagine nella mente, o le condizioni in cui la frase è vera.
Valido con P4, che resta implicita: essa presuppone che ci siano solo tre candidati (l'oggetto, l'essenza, l'uso). Eppure ne esistono altri, come un'immagine nella mente o le condizioni che rendono vera una frase. Wittgenstein critica altrove l'idea di immagine mentale, ma quei passi non sono riassunti qui. Si noti anche la prudenza della conclusione: «per una vasta classe di casi, non per tutti». Non è una teoria generale del significato, e lui non vuole che lo sia.
Analogia. In una cassetta degli attrezzi, il martello, la sega, il barattolo di colla e le viti non hanno quasi nulla in comune, se non il fatto che li usiamo. Chiedere «quale oggetto nomina la parola grazie?» è come chiedere quale chiodo pianta la colla. L'immagine della cassetta degli attrezzi è di Wittgenstein (§11).

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Il primo Wittgenstein (Tractatus) e Russell 1921 · attacca la premessa 2

Queste parole sembrano non nominare nulla, ma la forma apparente di una proposizione non è la sua forma reale. Un'analisi logica completa ricondurrebbe ogni proposizione a proposizioni elementari, fatte di nomi di oggetti semplici: «il nome significa l'oggetto; l'oggetto è il suo significato». Le altre parole («e», «non», i numeri) non nominano nulla, ma si limitano a organizzare questi nomi.

Wittgenstein risponde
Wittgenstein Risposta del secondo Wittgenstein (Ricerche)
Egli riconosce che i suoi «oggetti» del Tractatus, come gli «individui» di Russell, erano elementi semplici di questo tipo. Ma «semplice» non ha un senso assoluto: parlare delle «parti semplici di una sedia» in assoluto non ha alcun senso, dipende da ciò che chiamiamo «composto» in un determinato gioco linguistico. L'idea di un'analisi finale nascosta sotto le nostre frasi è solo un'apparenza, nata da un'immagine che ci teneva prigionieri.
D
Donald Davidson (semantica delle condizioni di verità) 1967 · attacca la premessa 4

Dire che il significato è l'uso non spiega come comprendiamo frasi che non abbiamo mai sentito. Serve una teoria: il significato di una frase sono le condizioni che la rendono vera, calcolate a partire dai significati delle sue parole. L'uso è un indizio del significato, non il significato stesso.

senza risposta
sintesi: il suo testo non è ancora nel nostro corpus
Nessuna risposta possibile: obiezione formulata nel 1967, dopo la morte dell'autore (1951).
Il dibattito continua (nostra sintesi) I lettori di Wittgenstein rispondono che egli rifiuta proprio di costruire una teoria («non dobbiamo avanzare alcuna sorta di teoria», §109): vuole descrivere i nostri usi, non spiegarli. Ma la maggior parte dei linguisti e dei filosofi del linguaggio di oggi usa teorie di questo tipo, e il dibattito resta aperto.
Obiezione anticipata da Wittgenstein (il paradosso della regola) attacca la conclusione

Se il significato è l'uso, quale uso? Tutto ciò che ho fatto finora con una parola può accordarsi con infinite regole diverse. Dunque nessuna regola potrebbe fissare alcun modo di agire, poiché ogni modo di agire può essere messo in accordo con essa.

Wittgenstein risponde
Wittgenstein
Il paradosso nasce da un malinteso: esiste un modo di afferrare una regola che non è un'interpretazione. Esso si mostra, caso dopo caso, in ciò che chiamiamo «seguire la regola» e «andare contro di essa». Seguire una regola è una pratica.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Saul Kripke (1982) legge questo passo come un paradosso scettico privo di risposta diretta: solo una comunità che corregge i propri membri darebbe senso a «seguire una regola». Molti studiosi, come Gordon Baker e Peter Hacker, ritengono questa lettura infedele: Wittgenstein non concede il paradosso, lo dissolve.