Averroè
La verità non può contraddire la verità: filosofia e fede concordano.
Averroè (1126 · 1198, Al-Andalus (Cordova, Siviglia) e Marocco (Marrakech), sotto i califfi almohadi): falsafa (aristotelismo arabo) e aristotelismo. Averroè fu al tempo stesso giudice, medico e filosofo. La sua convinzione: la vera religione e la vera filosofia non possono contraddirsi, perché «la verità non si oppone alla verità». Su AskPhilosophy: 3 argomenti ricostruiti, 5 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 3 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Perché è importante
Per l'Europa latina fu «il Commentatore»: i suoi commenti a quasi tutte le opere di Aristotele, tradotti in latino nel XIII secolo, erano letti nelle università, e Tommaso d'Aquino li discute di continuo. Dante lo colloca tra i grandi spiriti non cristiani del Limbo. Nel mondo musulmano, il suo Trattato decisivo è tornato a essere, nell'Ottocento e nel Novecento, un simbolo dell'accordo tra ragione e islam.
La sua epoca
Nato a Cordova nel 1126, in una famiglia di giudici: suo nonno era qadi supremo della città. Studia diritto, medicina e filosofia. Intorno al 1169 il filosofo Ibn Tufayl lo presenta al califfo almohade Abu Yaqub Yusuf, che gli chiede di spiegare Aristotele. Diventa qadi di Siviglia, poi qadi supremo di Cordova, e medico del califfo a Marrakech. Nel 1195, sotto il califfo al-Mansur, cade in disgrazia: i suoi libri di filosofia vengono bruciati ed egli è esiliato a Lucena, vicino a Cordova. Richiamato poco dopo, muore a Marrakech nel 1198.
Leggere i suoi libri con cautela
Nell'Incoerenza dell'Incoerenza, Averroè ricopia il testo di al-Ghazali passo per passo prima di rispondere: ciò che cita non va attribuito a lui. Il Trattato decisivo è il parere di un giurista, scritto per dei musulmani: ragiona a partire dal Corano, non contro di esso. I titoli dei capitoli delle edizioni arabe moderne non sono suoi. E le sue idee più celebri in Europa (un solo intelletto per tutti gli uomini) si trovano nei suoi grandi commenti ad Aristotele, che il nostro corpus non contiene ancora.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaMusulmano e giudice, ritiene dimostrata l'esistenza di Dio: l'essere eterno, senza causa, che fa esistere tutte le cose, «è conosciuto per dimostrazione». Per la folla come per i sapienti, prova Dio a partire dall'ordine del mondo, fatto per l'uomo, e dalla vita che sorge nella materia.
Aristotelico. La conoscenza parte dai sensi: vediamo il fuoco bruciare, e negare queste cause visibili è un sofisma. Ma la vera scienza è opera dell'intelletto, che conosce le cose attraverso le loro cause e le dimostra.
La dimostrazione dà una certezza che il giurista, il quale ragiona a partire da opinioni, non possiede. E dire che nessuna conoscenza è certa si confuta da sé: anche questa affermazione non sarebbe certa.
A differenza dell'immaginazione o della memoria, che hanno la loro sede nel cervello, l'intelletto non ha un organo proprio: la sua sede non è dunque un corpo (precisa che ciò non è evidente e richiede una dimostrazione). Ma nei suoi grandi commentari ad Aristotele (non ancora presenti nel nostro corpus) sostiene che vi è un solo intelletto per tutti gli uomini, il che rende dubbia la sopravvivenza di ciascuna anima personale. I suoi lettori ne discutono fin dal XIII secolo.
Sulla predestinazione cerca una «via di mezzo» tra coloro che dicono che Dio impone ogni cosa e coloro che dicono che l'uomo è l'unico padrone: Dio ci ha dato il potere di agire, ma i nostri atti si compiono solo insieme a cause esterne che egli ha predisposto. Testo citato da una vecchia traduzione inglese, libera.
Esiste una salute dell'anima come esiste una salute del corpo: il bene non è una semplice convenzione, e il Legislatore si limita a prescrivere ciò che la conserva.
Armonia, ma è la ragione dimostrativa a decidere come i testi vanno letti: quando una dimostrazione contraddice il senso apparente di un testo, è il testo che deve essere interpretato. Il limite: i princìpi della religione e i miracoli superano l'intelligenza umana e devono essere accettati.
La felicità alla quale la religione chiama tutti gli uomini è la conoscenza di Dio e delle sue creature.
Le nnature umane sono disuguali: alcuni sono convinti dalla dimostrazione, altri dalla discussione, i più da discorsi che toccano il cuore. La religione parla a ciascuno secondo la sua natura, ma solo pochi possono diventare filosofi.
Prima di tutto la comunità: ciascuno deve ammettere i princìpi della religione, necessari alla vita umana, e chi divulga interpretazioni dotte alla folla la spinge verso l'incredulità. Arriva a scrivere che gli eretici che negano questi princìpi devono essere messi a morte.
Un'etica delle virtù, alla maniera di Aristotele: l'uomo è creato per l'opera che gli è propria, quella della sua ragione; gli atti che perfezionano l'anima nella pratica e nella conoscenza sono «la bontà e la virtù», quelli che la frenano sono cattivi. La Legge rivelata stabilisce la maggior parte di questi atti, e il Legislatore cura le anime come il medico cura i corpi. Vi si può anche vedere un'etica della legge divina.