Democrito
Non esiste nulla se non atomi e vuoto.
Democrito (ca. 460 a.C. · ca. 360 a.C., Abdera, in Tracia (Grecia settentrionale)): atomismo. Per Democrito esistono solo gli atomi, grani di materia troppo piccoli per essere visti e impossibili da tagliare, e il vuoto in cui si muovono. Tutto il resto ne deriva: gli astri, i viventi, e persino l'anima, fatta anch'essa di atomi. Su AskPhilosophy: 3 argomenti ricostruiti, 4 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 5 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Che cosa leggiamo davvero di lui?
Democrito ha scritto moltissimo: Diogene Laerzio (ca. 230 d.C.) fornisce un catalogo di oltre sessanta titoli, quelli di uno studioso che si occupa di fisica, etica, matematica, musica e medicina. Tutto è perduto. Restano frammenti, frasi citate da autori molto più tardi. I frammenti sulla conoscenza (da B 6 a B 11) provengono da Sesto Empirico (ca. 200 d.C.), uno scettico che li cita per i propri scopi. Le massime morali provengono soprattutto da Stobeo, un'antologia del V secolo d.C., e da una raccolta tramandata sotto il nome di «Democrate», il cui autore è discusso. Per la fisica dipendiamo da Aristotele (IV sec. a.C.), che cita spesso insieme «Leucippo e Democrito» senza distinguerli, e da Diogene Laerzio. Questa scheda è dunque un ritratto attraverso i testimoni, mai una lettura diretta, e ogni estratto dice chi lo riporta.
Perché è importante
Democrito e il suo maestro o compagno Leucippo hanno proposto la prima teoria in cui tutto si spiega con la materia in movimento: atomi che si uniscono, si urtano e si separano, senza alcun disegno e senza alcun dio che li guidi. Aristotele ne parla di continuo per combatterla. Epicuro, poi Lucrezio, la riprendono, ed è per loro tramite che l'atomismo giunge a Gassendi e agli scienziati del XVII secolo. Attenzione però: gli atomi di Democrito non sono quelli della fisica odierna. Sono corpi pieni, indivisibili, che differiscono solo per forma, ordine e posizione. Non fece alcun esperimento per dimostrarlo.
Le massime morali: una cautela
Più di duecento massime morali circolano sotto il suo nome. Una parte (B 35-B 115) proviene da una raccolta tramandata sotto il nome di «Democrate»: alcuni vi vedono un altro autore, altri una deformazione del nome di Democrito. Le altre provengono soprattutto dall'antologia di Stobeo (V sec. d.C.), quasi nove secoli dopo di lui; la maggior parte degli studiosi le accetta, ma la loro attribuzione non è mai del tutto certa. Nel nostro corpus queste massime sono disponibili solo in inglese (traduzione di Bakewell, 1907): non possiamo mostrare il greco. Quando ne citiamo una, la traduzione italiana è nostra, e preferiamo quelle che altri testimoni (Diogene Laerzio, Seneca) confermano.
Come leggerlo qui
Ogni estratto reca un badge. «Trasmesso da altri»: un frammento di Democrito o un riassunto della sua dottrina, riportato da Sesto, Diogene Laerzio o Seneca. «Testo di un altro autore»: ciò che Aristotele, Cicerone o Voltaire dicono di lui. Il greco dei frammenti è quello dell'autore che li cita, tagliato alla frase indicata dall'edizione di riferimento (Diels-Kranz, numero DK 68). I testi di Sesto contengono errori di copiatura che manteniamo così come sono. Gli assi del radar sono compilati solo dove un testimone dice qualcosa; gli altri sono lasciati vuoti, con la motivazione.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaLe testimonianze vanno in direzioni opposte. Cicerone (per bocca dello stoico Balbo) dice che Democrito, come Epicuro, nega «in un certo senso» gli dèi con la sua dottrina delle immagini. Una massima in inglese (B 175) afferma tuttavia che gli dèi danno agli uomini tutti i beni: ma la sua origine è discussa e non ne abbiamo il greco. Non attribuiamo un punteggio a questo asse.
Secondo Sesto, Democrito distingue due tipi di conoscenza: quella «oscura» (vista, udito, olfatto, gusto, tatto) e quella «genuina», che va più lontano con un organo più fine del pensiero. La verità viene dunque dal pensiero, non dai sensi. Ma Aristotele gli attribuisce anche l'idea che il vero sia ciò che appare: i testimoni si contraddicono, da cui «dibattuto».
Egli scrive: «in verità non sappiamo nulla; la verità sta in fondo a un pozzo» (B 117), e che non afferriamo nulla di infallibile, solo ciò che cambia con lo stato del nostro corpo (B 9). Ma crede in una conoscenza «genuina» (B 11) e in una teoria completa della natura: è uno scetticismo sui sensi, non su tutto. Aristotele riassume: «o nulla è vero, o ci è nascosto».
L'anima è fatta di atomi lisci e sferici, i più mobili, come il fuoco; è la stessa cosa dell'intelligenza (lo dicono sia Diogene Laerzio sia Aristotele). Non esiste né un'anima separata né una mente immateriale. Aristotele lo attacca proprio su questo punto.
Diogene Laerzio scrive che «tutto accade per necessità»: il vortice degli atomi causa ogni cosa, e Democrito lo chiama necessità. Ma le massime morali chiedono alle persone di scegliere e di correggersi («per dovere, non per paura, allontànati dalle tue colpe», B 41, in inglese): egli non discute il conflitto tra le due cose. Gli studiosi lo collocano piuttosto tra i deterministi.
Per Democrito sono le qualità sensibili (dolce, amaro, colore) a esistere «per convenzione». Nei nostri testi egli non dice che anche il bene e il male siano una convenzione, e le sue massime parlano del bene come di qualcosa da cercare. I testimoni non decidono: non attribuiamo un punteggio a questo asse.
Diogene Laerzio osserva che l'anima serena non è turbata né dalla paura né dalla superstizione. È una critica della superstizione, non un testo sul rapporto tra fede e ragione. Non attribuiamo un punteggio a questo asse.
Diogene Laerzio dice che il fine della vita è l'euthymía, il che dà una direzione da scegliere. Ma nulla dice se questo fine sia iscritto nella natura (non c'è alcun disegno né alcun dio che guidi gli atomi) o se sia deciso. Non attribuiamo un punteggio a questo asse.
Le massime dicono che «gli stolti imparano la saggezza attraverso la sventura» (B 54) e che il male viene dalla cecità (B 175), senza alcuna teoria della natura umana. Non attribuiamo un punteggio a questo asse.
Una massima (B 252, in inglese) dice che l'interesse della città deve venire prima di ogni cosa e che non si deve cercare un potere contrario al bene comune. Altre consigliano di tenersi lontani dagli affari per restare sereni. Le due cose non sono facili da conciliare, e B 252 non è confermata da nessun altro testimone: cautela.
Le massime parlano del carattere più che delle regole o dei risultati: il bene non è solo non commettere il male, ma non desiderare di commetterlo (B 62); un uomo si riconosce dai suoi desideri tanto quanto dalle sue azioni (B 68). Ma queste massime sono in inglese e di provenienza discussa. La classificazione resta un'interpretazione.