Martin Heidegger
Che cos'è l'essere? Abbiamo dimenticato la domanda.
Martin Heidegger (1889 · 1976, Germania): fenomenologia. Heidegger parte da una domanda che ritiene dimenticata: che cosa significa «essere»? A suo avviso, la filosofia ha sempre parlato di ciò che esiste (gli enti: le cose, i viventi, le idee) senza chiedersi che cosa sia il fatto stesso di essere. Su AskPhilosophy: 3 argomenti ricostruiti, 7 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 4 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Perché è importante
Essere e tempo (1927) ha cambiato la filosofia del Novecento. Sartre, Arendt, Levinas, Gadamer, Derrida, Foucault e la Scuola di Kyoto partono da lui, per seguirlo o per opporglisi. Ha lasciato un segno anche sulla psicologia, sulla teologia, sull'architettura e sulla riflessione sulla tecnica. Il suo vocabolario (Dasein, essere-nel-mondo, angoscia, autenticità) è entrato nell'uso comune. È anche uno degli autori più difficili da leggere: per questo questa pagina presenta ogni passo con il suo contesto.
La sua epoca
Nasce a Meßkirch (Germania meridionale) in una famiglia cattolica modesta, studia dapprima teologia, poi filosofia, e diventa assistente di Husserl, il fondatore della fenomenologia. Essere e tempo esce nel 1927; nel 1928 gli succede a Friburgo. Insegna a Friburgo quasi tutta la vita, con un divieto di insegnamento dopo la guerra, revocato nel 1951. Muore nel 1976.
Riquadro: l'impegno nazista, il rettorato, i Quaderni neri
I fatti accertati. Heidegger si iscrive al partito nazista (NSDAP) il 1º maggio 1933. È rettore dell'Università di Friburgo da aprile 1933 ad aprile 1934, e il 27 maggio 1933 pronuncia il discorso di rettorato, «L'autoaffermazione dell'università tedesca». Resta membro del partito fino al 1945. Dopo la guerra è sottoposto a un procedimento di denazificazione, gli viene vietato di insegnare (1946), poi è reintegrato nel 1951. I suoi Quaderni neri (appunti dal 1931 agli anni Settanta), pubblicati a partire dal 2014 nell'edizione delle sue opere complete, contengono passi antisemiti: la loro esistenza non è contestata, né dai curatori né dagli studiosi. Secondo gli storici, non ha mai fatto un vero chiarimento pubblico su quegli anni; presentava il suo rettorato come un tentativo di proteggere l'università (in particolare in un'intervista allo Spiegel del 1966, pubblicata dopo la sua morte, nel 1976), una versione che la maggior parte degli storici respinge. Nessuno di questi fatti compare nei testi del nostro corpus: provengono dalla ricerca storica.
Bisogna leggere l'opera alla luce di questo impegno?
Gli specialisti non sono d'accordo, e noi non tagliamo la questione. Prima posizione: il legame è profondo. Per Emmanuel Faye (Heidegger. L'introduzione del nazismo nella filosofia, 2005), il nazismo è entrato nella filosofia stessa di Heidegger, al punto che i suoi scritti dovrebbero essere collocati tra gli archivi del nazismo piuttosto che tra le opere di filosofia. Peter Trawny, curatore dei Quaderni neri, parla (2014) di un antisemitismo inscritto nella «storia dell'essere», e non di una semplice opinione privata. Seconda posizione: si possono separare l'uomo e l'opera, o almeno non ridurre l'opera all'impegno politico. Le analisi di Essere e tempo sull'angoscia, sulla morte o sul linguaggio si possono discutere sui loro argomenti, come hanno fatto Sartre, Arendt, Levinas e molti altri (Levinas diceva che era difficile perdonare Heidegger, e continuava a leggerlo). François Fédier e altri hanno risposto al libro di Faye (2007). Una posizione intermedia: leggere l'opera tenendo a mente l'impegno politico, e cercare, argomento per argomento, ciò che vi si ricollega e ciò che non ne dipende. Si noti infine che la Lettera sull'umanismo (1946), scritta dopo la guerra, critica il nazionalismo (si vedano le sue citazioni), senza parlare degli anni 1933-1945. Giudica tu stesso.
Attenzione alle traduzioni e ai testi
Le stesse parole sono tradotte in modi molto diversi: Dasein non viene quasi mai tradotto; Man diventa «On» (Martineau), «they» (Macquarrie e Robinson); Gestell diventa «Enframing» (Lovitt); Seiendes diventa «be-ing» in Groth. Citiamo Essere e tempo e Che cos'è metafisica? in tedesco, con a fronte il francese (Martineau, per Essere e tempo) e l'inglese; il testo tedesco è una scansione non rivista, e l'inglese di Macquarrie e Robinson è disturbato (citiamo frasi isolate). La traduzione inglese di Groth è molto letterale, e il suo allineamento con il tedesco del 1929 è approssimativo. Per la Lettera sull'umanismo e per La questione della tecnica non disponiamo del testo tedesco: citiamo l'inglese (Capuzzi; Lovitt) e, per la Lettera, il francese di Munier.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaEgli stesso scrive che la sua descrizione dell'essere umano non decide nulla sull'esistenza di Dio, né sul suo non-essere, e rifiuta l'etichetta di ateo. I lettori si dividono: alcuni vi vedono una prudenza di metodo, altri un ateismo di fatto, altri ancora un pensiero religioso senza il Dio della metafisica.
La questione empirismo o razionalismo non lo riguarda in questa forma: egli rifiuta di partire da un soggetto di fronte a degli oggetti. Parte dalla comprensione dell'essere, già presente nell'esistenza.
Non cerca una certezza alla maniera di Cartesio. Pensa che la verità sia innanzitutto un'apertura (il fatto che l'ente si mostri), e che la questione dell'essere preceda la questione della certezza. Lo scetticismo non lo occupa.
Egli mette da parte l'opposizione tra spirito e materia: per lui l'essere umano non è né un'anima in un corpo né un organismo. È Dasein, un essere che esiste comprendendo il proprio essere. Definisce l'essere umano a partire dall'esistenza, non da un «che cosa» come fanno Aristotele o Cartesio.
L'angoscia rivela il Dasein come libero «per la libertà di scegliere se stesso e di afferrarsi». Ma questa libertà è «gettata»: il Dasein non ha scelto di essere qui, né la situazione in cui si trova. La sua libertà è dunque meno assoluta di quella che Sartre descriverà in seguito.
Non tratta la questione del realismo morale. Per lui, pensare «in termini di valori» è persino un errore: mettere un prezzo alle cose significa ridurle a oggetti di stima umana (Lettera sull'umanismo).
Rifiuta sia l'irrazionalismo sia la «logica» come giudice supremo: pensare contro la logica, dice, non significa difendere l'illogico, ma cercare l'origine del logos. Per i suoi critici (Carnap), ciò equivale a sottrarsi alle regole del senso.
Egli si interroga sul senso dell'essere, non sul senso della vita. L'Esserci è consegnato a se stesso, «gettato», senza alcun fondamento dato. Ma Heidegger non dice né che la vita sia assurda né che abbia un senso dato.
Rifiuta di definire l'essere umano mediante una natura (animale razionale, creatura di Dio, soggetto). L'essenza dell'essere umano è esistere, essere aperto all'essere. Il «Si» e la «deiezione» non sono, dice, un peccato morale.
Nel nostro corpus non c'è una teoria politica sviluppata. In Essere e tempo, il «Si» critica la banalità e il conformismo, ma non dice nulla di un regime. Nel 1946, nella Lettera, scrive che ogni nazionalismo è un antropologismo e un soggettivismo. Per l'impegno del 1933-1945, vedi il riquadro qui sopra: non è nei nostri testi.
Non propone né una regola del dovere, né un calcolo delle conseguenze, né un'etica delle virtù. Nella Lettera sull'umanismo scrive che «autenticità» e «inautenticità» non sono una distinzione morale: nominano un rapporto dell'essere umano con l'essere. Parla di un «ethos» più originario dell'etica, senza formularlo come una morale. Alcuni vi vedono un vuoto morale, altri un'etica più profonda.