Laozi
Seguire la Via (Dao) attraverso il non-agire.
Laozi (ca. 579 a.C. · ca. 500 a.C., Cina (Stato di Chu, secondo la tradizione)): taoismo. Al fondo di tutte le cose c'è una Via (Dao) che nessuna parola può racchiudere. Essa agisce senza forzare, come l'acqua che scorre verso il basso e finisce per consumare la pietra. Su AskPhilosophy: 3 argomenti ricostruiti, 5 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 5 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Chi ha scritto questo libro?
Nessuno lo sa davvero. L'unica «biografia» fu scritta verso il 94 a.C. dallo storico Sima Qian, quattro secoli dopo i presunti fatti: racconta che Lao Dan, archivista degli Zhou, lasciò la Cina verso occidente e consegnò al guardiano di un passo un libro di «più di cinquemila caratteri». Ma lo stesso Sima Qian fornisce altre possibili identità. La maggior parte degli studiosi oggi pensa che il testo sia stato raccolto e rielaborato nel IV e III sec. a.C. La versione più antica conosciuta (Guodian, circa 300 a.C.) contiene solo circa due quinti del testo, in un ordine diverso. Su questo sito, ogni estratto del libro porta quindi il badge «autenticità dibattuta».
Perché è importante
Insieme ai Dialoghi di Confucio, è il testo fondatore del pensiero cinese e uno dei libri più tradotti al mondo. Ha alimentato il taoismo filosofico (Zhuangzi), il pensiero politico (Han Fei lo commenta), il buddismo cinese e zen, e poi, in Occidente, lettori diversi come Tolstoj e Heidegger.
Come leggerlo qui
Il testo cinese è quello di Wang Bi (III sec. d.C.), base di quasi tutte le traduzioni. Le traduzioni sono quelle di Stanislas Julien (1842) e di James Legge (1891): antiche, a volte distanti l'una dall'altra, il che mostra quanto questo breve testo si presti a più letture. I manoscritti su seta di Mawangdui (prima del 168 a.C.) servono a mostrare le varianti.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaNessun Dio creatore che vuole e giudica. Il Dao è l'origine impersonale di tutto; sembra persino anteriore al «Signore dell'alto» (Di) dell'antica religione cinese. Il cielo e la terra «non agiscono per alcun desiderio di essere benevoli». Né teismo né ateismo: piuttosto un principio impersonale.
Né empirista né razionalista nel senso occidentale. L'esperienza accumulata allontana da ciò che conta («più si va lontano, meno si sa»), e lo studio aggiunge ogni giorno mentre la Via toglie. La conoscenza del Dao viene dal ripiegarsi su di sé, non dall'osservazione: più vicina all'intuizione che all'esperienza, ma diffidente verso i ragionamenti.
Il sapere più alto è sapere di non sapere. Il principio di tutto sfugge alle parole: lo si può avvicinare, non rinchiudere in una definizione. Ma non è un dubbio radicale: il saggio «conosce» il Dao.
Il testo non pone la questione in questi termini. Non oppone mai un'anima a un corpo: tutto nasce dal Dao, e gli esseri sono armonizzati da un «soffio» (qi). Definirlo materialista o dualista significherebbe imporgli una questione occidentale.
Il libero arbitrio non è discusso. Il testo valorizza piuttosto l'«essere così da sé» (ziran): gli esseri e i popoli che non vengono forzati seguono il proprio corso.
Le regole morali insegnate (umanità, giustizia, riti) sono tardive: compaiono quando la grande Via declina, e il bello si concepisce solo insieme al brutto. Ma esiste una norma più profonda, la Via e la sua «virtù suprema», che non dipende dalle convenzioni.
Nessuna fede rivelata, ma diffidenza verso il ragionamento e la disputa: «le parole eleganti non sono sincere», il saggio non discute. Si raggiunge la Via svuotandosi, non argomentando.
C'è un ordine da seguire: ogni essere «ritorna alla propria radice», l'uomo prende a modello la terra, la terra il cielo, il cielo il Dao. Vivere bene significa accordarsi a questo corso naturale, non inventare un proprio senso.
La parola «natura umana» (xing) non compare nel testo. Ma l'ideale è un ritorno alla semplicità del bambino, e il popolo, quando non è spinto alla rivalità, «si trasforma da sé». Il disordine viene soprattutto dai desideri che il potere suscita.
Una lettura difficile. Da un lato, un potere minimo: meno leggi, meno divieti, il miglior governante è appena conosciuto. Dall'altro, nessun diritto individuale, un ideale di piccoli villaggi semplici, e un saggio che tiene il popolo «senza conoscenza e senza desideri». Alcuni vi leggono un anarchismo, altri un manuale per il principe.
Né una regola, né un calcolo delle conseguenze, né virtù coltivate con lo studio: la persona di «virtù suprema» ignora la propria virtù. Il bene consiste nell'accordarsi spontaneamente alla Via, come l'acqua.