Arthur Schopenhauer
La vita oscilla tra la sofferenza e la noia.
Arthur Schopenhauer (1788 · 1860, Germania (nato a Danzica, oggi Gdańsk, in Polonia)): pessimismo filosofico. Il mondo che vediamo non è che la nostra rappresentazione. Dietro di esso c'è una sola realtà, che ciascuno sente in se stesso: la volontà, uno slancio cieco, senza scopo, che vuole sempre di più. Su AskPhilosophy: 9 argomenti ricostruiti, 5 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 3 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Perché è importante
Il primo grande filosofo occidentale a porre la sofferenza e un desiderio cieco al centro di tutto, e uno dei primi a dirsi apertamente ateo. È anche uno dei primi a prendere sul serio il pensiero indiano (Upanishad, buddhismo). Nietzsche, Wagner, Freud, Tolstoj, Thomas Mann e il giovane Wittgenstein lo hanno letto da vicino.
La sua epoca
Figlio di un ricco commerciante e di una romanziera di successo, vive della sua eredità. La sua grande opera del 1819 passa quasi inosservata. A Berlino fissa il suo corso alla stessa ora di quello di Hegel, allora all'apice della gloria: l'aula resta quasi vuota. Ritiratosi a Francoforte dal 1833, diventa famoso solo dopo il 1851, con i Parerga, pochi anni prima della morte.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaAteo dichiarato. Il principio del mondo è una volontà cieca, non uno spirito che vede: un essere che vede ed è buono non avrebbe mai fatto un simile calcolo in perdita. Rispetta tuttavia le religioni come una saggezza in immagini per il popolo.
Da erede di Kant, pensa che il tempo, lo spazio e la causalità siano forme che la nostra mente impone all'esperienza: esistono dunque verità conosciute a priori. Ma pone l'intuizione prima dei concetti astratti.
Una certezza prima: il mondo esiste solo come rappresentazione per un soggetto. E conosciamo dall'interno ciò che esso è in sé: la volontà, che ciascuno sente nel proprio corpo.
Né dualista né materialista. La conoscenza, per noi, è soltanto un fenomeno del cervello; ma il cervello e la materia non sono a loro volta che rappresentazioni. Il fondo delle cose non è né spirito né materia: è la volontà.
Ogni atto segue con necessità dal carattere, innato e costante, e dal motivo presente: possiamo fare ciò che vogliamo, ma non volere altro. Conserva una libertà più profonda, fuori dal tempo: quella del nostro stesso essere, da cui deriva la nostra responsabilità.
La morale non è un comando della ragione, come in Kant. Ma ha un fondamento reale: sotto la molteplicità degli individui c'è una sola volontà. L'uomo buono vede se stesso nell'altro («Tu sei questo»).
La filosofia giudica per ragioni; le religioni sono una «metafisica del popolo», creduta per autorità. Non le disprezza: dicono in immagini una verità (il mondo è una valle di lacrime) che la filosofia dice in concetti.
Il mondo non ha in sé né ragione né scopo: proviene da una volontà cieca. Ma egli dà un senso alla sofferenza: essa ci insegna a distoglierci dal volere. Un «senso» che consiste nel liberarsi dalla vita.
L'uomo è anzitutto egoista, spesso crudele: «l'uomo è un lupo per l'uomo». La compassione esiste e fonda la morale, ma è l'eccezione.
Lo Stato e le leggi sono necessari perché gli uomini sono egoisti e ingiusti, non perché sarebbero buoni. La politica lo interessa poco; i suoi testi politici non sono ancora nel nostro corpus.
Un'etica della compassione: contro Kant, sostiene che ogni vero amore è compassione e che il dovere astratto non rende buono nessuno.