Socrate
So di non sapere.
Socrate (ca. 470 a.C. · ca. 399 a.C., Atene): filosofia socratica. Socrate trascorre la vita interrogando gli Ateniesi su ciò che credono di sapere: il coraggio, la giustizia, la pietà. Scopre che quasi nessuno sa davvero, e in ciò vede la sua missione. Su AskPhilosophy: 5 argomenti ricostruiti, 5 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 3 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Il problema socratico: che cosa pensava davvero Socrate?
Socrate non ha scritto nulla. Tutto ciò che sappiamo di lui viene da testimoni che non dicono la stessa cosa. Platone, suo discepolo, lo mette in scena nei suoi dialoghi, ma gli fa anche esprimere le proprie idee. Senofonte, un altro discepolo, lo mostra come un consigliere pratico e pio, molto meno sottile. Aristotele, nato quindici anni dopo la sua morte, non lo ha conosciuto: ciò che ne dice proviene probabilmente da Platone e dal suo ambiente, e gli attribuisce due innovazioni (il ragionamento induttivo e la ricerca di definizioni universali). Diogene Laerzio, sei secoli dopo, raccoglie aneddoti. Aristofane, nelle Nuvole (423 a.C.), ne fa una caricatura comica. Persino Diogene Laerzio osserva che Platone presta a Socrate argomenti che questi rifiutava. Non possiamo dunque leggere «Socrate»: leggiamo Socrate secondo Platone, secondo Senofonte, secondo Aristotele. Dove i tre coincidono (l'ignoranza riconosciuta, la virtù come sapere, la cura dell'anima), gli specialisti lo ritengono il nucleo più solido. Sul resto, non sono d'accordo.
Perché è importante
Socrate ha cambiato l'oggetto della filosofia: dalla natura e dal cosmo, essa si volge alla vita umana, al bene e alla giustizia. Ha inoltre inventato uno stile, l'interrogazione paziente che mette alla prova le certezze. I filosofi dell'Antichità (Platone, ma anche i cinici, i cirenaici e gli stoici) si richiamano tutti a lui. La sua morte, condannato dalla democrazia ateniese per empietà e corruzione dei giovani, ne ha fatto la figura del pensatore che preferisce la verità alla vita.
Come leggerlo qui
Ogni citazione porta un'etichetta che indica chi parla, e il nome del testimone. «Trasmesso da altri» indica le parole di Socrate riportate da Platone, Senofonte o Diogene Laerzio; «Testo di un altro autore» indica Aristotele, che parla di lui per discuterlo, e gli autori che citiamo per confronto. I testi e le traduzioni sono quelli dei nostri corpora (greco delle edizioni Perseus, con traduzioni francesi e inglesi la cui edizione è indicata su ciascun estratto). Platone, Senofonte e Aristotele hanno una propria scheda o un proprio corpus: qui li citiamo soltanto come testimoni.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaDice di essere al servizio del dio: sono l'oracolo di Delfi e un ordine divino a dargli la sua missione, e una voce interiore (il «segno demonico») lo ferma prima delle azioni sbagliate. Ma che cosa sia questo dio, non lo dice: non è una dottrina, è un'obbedienza. Diogene Laerzio osserva che parlava della Provvidenza «anche secondo Senofonte».
Aristotele gli attribuisce l'induzione (partire da casi per cercare una definizione) e le definizioni universali: è un metodo della ragione, non dell'osservazione. In Platone, Socrate va oltre e parla di un sapere che ritroviamo in noi stessi per reminiscenza; gli storici non sanno dire se ciò venga da lui o da Platone.
Si dichiara ignorante sul bello, sul buono, sul giusto e su ciò che segue la morte. Ma non è un dubbio totale: afferma di sapere che è male fare il male e disobbedire a chi è più saggio di sé. Uno scetticismo sul grande sapere, non su tutto.
Nell'Apologia egli considera due possibilità per la morte: il nulla o il viaggio dell'anima verso un altro luogo, senza decidere. L'anima separata dal corpo e immortale è la tesi del Fedone, dove Platone parla probabilmente a nome proprio. Il Socrate storico non ha preso posizione, per quanto risulta dalle nostre fonti.
Non pone la questione del libero arbitrio. La sua tesi (nessuno compie il male sapendo che è male) fa dipendere la scelta dal giudizio sul bene: si fa sempre ciò che si ritiene il meglio. Aristotele vi vede la negazione dell'debolezza della volontà.
Per ogni virtù cerca una definizione valida per tutti, il che presuppone che il giusto e il bene non siano questioni di opinione. Tuttavia non dice che cosa li fondi: i suoi dialoghi di ricerca terminano spesso senza una risposta.
Sottopone tutto all'esame della ragione, compreso ciò che gli altri ritengono sacro. Ma obbedisce all'oracolo e alla sua voce interiore senza esaminarli allo stesso modo. In lui due autorità convivono, senza che le abbia ordinate gerarchicamente.
La vita ha un senso: prendersi cura della propria anima, cioè cercare ogni giorno di sapere che cosa è bene. Il più grande bene per l'uomo è esaminare se stesso insieme agli altri; senza questo, dice, la vita non vale la pena di essere vissuta. Questo senso si scopre, non si inventa.
Tutti gli uomini desiderano il bene e nessuno vuole essere infelice: il male viene dall'ignoranza, non da una malvagità di natura. Di qui la speranza che le persone possano essere corrette con l'insegnamento. Aristotele giudica questa visione contraria ai fatti.
Si tiene lontano dalla politica attiva, perché la sua voce interiore lo trattiene, e pensa che non vi si sopravviva se ci si oppone onestamente alla folla. Tuttavia, secondo Senofonte, ritiene che governare spetti a coloro che sanno, non a quelli scelti dalla sorte o dalla folla: una critica della democrazia ateniese, ma anche una fiducia nel sapere piuttosto che nella forza. Senza alcuno scritto, è difficile andare oltre.
Un'etica del carattere: la virtù è conoscenza del bene, ed è questa conoscenza a rendere buoni e felici. Secondo Senofonte, diceva che la giustizia e ogni virtù sono sapienza; Diogene Laerzio (tardo) lo riassume così: «un solo bene, la conoscenza». Aristotele gli rimprovera di aver fatto di ogni virtù una forma di saggezza pratica, pur dandogli ragione su un punto: nessuna virtù senza saggezza pratica.