DomandeChe cos'è la felicità?Vivere secondo natura con quasi nulla: la felicità sta nella virtù esercitata, non nei bisogni
Che cos'è la felicità?La virtù e la saggezza

Vivere secondo natura con quasi nulla: la felicità sta nella virtù esercitata, non nei bisogni

Il cinismo di Diogene; la botte; «cerco un uomo»; cittadino del mondo

Diogenes of Sinope ca. 412 a.C. · ca. 323 a.C.La felicità deriva dalla virtù esercitata e da una vita ridotta a ciò che la natura richiede, lontano dalle convenzioni e dalle ricchezze.
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Che cosa sostiene

Dunque la felicità non viene dai beni né dalle convenzioni, ma dalla virtù esercitata: una vita conforme alla natura, con il minor numero possibile di bisogni.

Perché

Le convenzioni ci fanno desiderare il superfluo e ci rendono dipendenti; la natura chiede poco, e l'addestramento insegna a vivere di poco.

La stessa idea attraverso la storia
Socrate400 a.C.I cinici si richiamano a Socrate, alla sua povertà volontaria e alla sua indifferenza verso le opinioni altrui. Diogene spinge questa indifferenza fino a una vita senza casa né beni.
Diogenes of Sinope350 a.C.Diogene di Sinope, secondo la tradizione, vive in una botte ad Atene, mendica e deride le convenzioni. Non ha lasciato alcuna opera certa: tutto proviene da racconti tardi.
Seneca58Gli stoici ereditano dal cinismo l'idea di vivere secondo natura e di ritenere la virtù sufficiente. Seneca conserva l'idea e rifiuta la povertà obbligatoria (vedi il suo argomento).
In breve

«Vivere secondo natura con quasi nulla: la felicità sta nella virtù esercitata, non nei bisogni» è un argomento di Diogenes of Sinope (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi VI, 20-81 (racconto su Diogene, IV sec. a.C.), 350 a.C.) sulla domanda «Che cos'è la felicità?» (risposta: la virtù e la saggezza). La sua tesi: Dunque la felicità non viene dai beni né dalle convenzioni, ma dalla virtù esercitata: una vita conforme alla natura, con il minor numero possibile di bisogni. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P5). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 2 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Diogene Laerzio, Vite dei filosofi VI, 20-81 (racconto su Diogene, IV sec. a.C.)
Valido con una premessa implicita

Diogene di Sinope, che visse ad Atene nel IV secolo a.C., è rimasto celebre per la sua botte, la sua bisaccia e le sue risposte insolenti (ad Alessandro: «Togliti dal mio sole»). Dietro gli aneddoti c'è un argomento sulla felicità. Per Diogene, siamo infelici perché inseguiamo cose che le convenzioni ci hanno insegnato a desiderare (ricchezza, onori, comodità) e che ci rendono dipendenti dalla fortuna. La natura, invece, chiede poco. La felicità viene dunque da un addestramento (askesis) del corpo e della mente a vivere con il minimo e a non dipendere da nulla. Un avvertimento sulla fonte: non abbiamo alcun testo certo di Diogene; tutto ciò che citiamo è riportato da Diogene Laerzio, che scrive intorno al 200-250 d.C., sei secoli dopo, a partire da fonti perdute. Citiamo la traduzione di Hicks (1925).

P1Gli uomini si danno pene inutili: invece di quelle che la natura raccomanda, che li renderebbero felici, scelgono di essere infelici, per follia.
P2Alla fortuna si può opporre il coraggio, alle convenzioni la natura, alle passioni la ragione.
P3Nulla nella vita riesce senza un esercizio intenso, del corpo come della mente, e questo esercizio può superare ogni cosa.
P4Si possono ridurre i propri bisogni a ciò che la natura richiede: un bambino che beve con le mani mostra che non c'è bisogno di una coppa, e Diogene getta via la sua.
P5 · premessa implicitaEssere felici significa non dipendere dalla fortuna, dalle opinioni altrui né da bisogni che non si possono soddisfare da sé.
Dunque la felicità non viene dai beni né dalle convenzioni, ma dalla virtù esercitata: una vita conforme alla natura, con il minor numero possibile di bisogni.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P5, si può accettare che i bisogni artificiali ci rendano infelici e che si possa vivere di poco, ma pensare che la felicità richieda anche legami, beni condivisi e una città. Il cinico avrebbe allora ragione sui bisogni e torto sulla conclusione.
L'argomento è valido con la premessa nascosta P5. Da P1 a P4 si afferma che le convenzioni creano bisogni infelici, che la natura basta, che l'allenamento permette di vivere di poco e che ciò è possibile; P5 definisce la felicità come indipendenza. I dibattiti riguardano P5 (la felicità è indipendenza, o anche relazioni e appartenenza?) e il posto dell'essere umano nella società.
Analogia. Un viandante che parte con uno zaino di venti chili è alla mercé della più piccola salita. Chi parte con quasi nulla può camminare ovunque. Diogene dice che la vita è così: meno si porta, più si è liberi.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Aristotele 330 a.C. · attacca la premessa 5

Per Aristotele, l'uomo è per natura un animale politico: vive in una città perché da solo non basta a se stesso, e la parola gli serve a discutere del giusto e dell'ingiusto. Chi non può vivere in società, o non ne ha bisogno perché basta a se stesso, non fa parte della città: è una bestia o un dio. Vivere «secondo natura» non può dunque significare vivere fuori dalla comunità.

Sinope risponde
Non abbiamo ancora individuato una risposta diretta di Sinope nei suoi testi.
D
Diogene Detti riportati, senza legame diretto con Aristotele
Interrogato sulla sua patria, Diogene risponde di essere «cittadino del mondo», e dice che l'unica vera città è quella vasta quanto l'universo. Non si dichiara dunque privo di comunità: rifiuta la città particolare e le sue convenzioni.
E
Epitteto 108
Nelle sue Diatribe (III, 22), Epitteto presenta il vero cinico come un messaggero inviato agli uomini: non ha né famiglia né cariche pubbliche, ma è «il padre di tutti gli uomini» e si prende cura di tutti. Per Epitteto, il cinismo non è dunque un rifiuto dei legami, ma un modo di servire tutti gli uomini restando liberi da tutto.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Aristotele, contemporaneo di Diogene, non lo nomina qui, e Diogene non ha scritto nulla di certo. I detti riportati (cittadino del mondo) mostrano un'altra idea di comunità, non una risposta all'argomento di Aristotele.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Disaccordo di fondo: la natura dell'uomo è di essere cittadino di una città (Aristotele) o di essere libero da ogni città particolare (Diogene)? I cinici affermano una comunità più ampia, gli aristotelici esigono istituzioni reali (nostra sintesi).
Cicerone 44 a.C. · attacca la premessa 2

Nei Doveri, Cicerone respinge l'intero sistema dei cinici, che ritiene ostile al pudore: senza di esso nulla è retto né onesto. I cinici, dice, deridono chi esita a nominare certe cose, ma la decenza fa parte di ciò che è conforme alla natura dell'uomo. Opporre la natura alle convenzioni significa dunque sbagliarsi sulla natura.

Sinope risponde
Nessuna risposta possibile: obiezione formulata nel -44, dopo la morte dell'autore (-323).
D
Diogene Detti riportati, prima di Cicerone
Diogene aveva l'abitudine di fare tutto in pubblico, le opere di Demetra come quelle di Afrodite. Il suo ragionamento: se pranzare non è assurdo, non lo è nemmeno pranzare nella piazza del mercato. Per lui, ciò che è naturale non deve nascondersi, ed è la convenzione che rende vergognoso ciò che non lo è.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Cicerone scrive tre secoli dopo Diogene; i detti riportati non rispondono a Cicerone, ma mostrano il principio a cui egli si oppone. Gli aneddoti di Diogene Laerzio sono tardivi e mescolati a leggende. Il cinico non nega la decenza: sostiene che derivi dall'abitudine, non dalla natura.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Disaccordo di fondo: ciò che è giudicato vergognoso deriva dalla natura umana (Cicerone) o dal costume (Diogene)? Il dibattito su natura e convenzione resta aperto tra chi vede nel pudore un fatto universale e chi vi vede una norma variabile (nostra sintesi).
Seneca 58 · attacca la premessa 1

Seneca, stoico, conserva l'idea di vivere secondo natura e di considerare la virtù come ciò che conta, ma rifiuta la povertà obbligatoria: «nessuno ha condannato la saggezza alla povertà». Il saggio può possedere grandi ricchezze oneste, se non vi è attaccato; esse gli offrono persino più occasioni di esercitare le sue virtù (generosità, temperanza) della povertà. Non è dunque l'avere a rendere infelici, ma l'attaccamento.

senza risposta
vedi l'argomento
Nessuna risposta possibile: obiezione formulata nel 58, dopo la morte dell'autore (-323).
Il dibattito continua (nostra sintesi) Seneca ammira tuttavia i cinici: nello stesso trattato (18) difende il cinico Demetrio, più povero degli altri cinici, contro quanti lo trovano ancora troppo ricco; e altrove (La tranquillità dell'animo, 8) dice che dubitare della felicità di Diogene equivarrebbe a dubitare di quella degli dèi. Il disaccordo riguarda dunque la necessità della povertà, non il valore della virtù.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Punto controverso tra eredi della stessa idea: per essere liberi dai beni bisogna privarsene (Diogene), oppure si possono possedere senza dipenderne (Seneca)? I cinici ritengono che il possesso generi attaccamento; gli stoici, che l'attaccamento risieda nel giudizio (nostra sintesi).