Puoi incatenare la mia gamba, ma non la mia volontà
La volontà che nemmeno Zeus può vincere; la cittadella interiore
Dunque si è pienamente liberi là dove conta, nel proprio giudizio e nella propria scelta, anche in catene, in prigione o condannati a morte.
Il mio corpo può essere incatenato, ma nessuno può impormi ciò che giudico e ciò che scelgo: quella libertà resta intera.
«Puoi incatenare la mia gamba, ma non la mia volontà» è un argomento di Épictète (Diatribe I, 1 e IV, 1 (secondo Arriano, circa 108), 108) sulla domanda «Siamo liberi?» (risposta: liberi senza libero arbitrio assoluto). La sua tesi: Dunque si è pienamente liberi là dove conta, nel proprio giudizio e nella propria scelta, anche in catene, in prigione o condannati a morte. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), la conclusione segue effettivamente dalle sue 3 premesse. AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 2 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.
Epitteto era uno schiavo, e il suo padrone poteva incatenarlo, mandarlo in prigione, ucciderlo. Nelle sue lezioni, trascritte dal suo allievo Arriano (egli stesso non scrisse nulla), risponde a un tiranno immaginario: «Puoi mettere in catene la mia gamba, ma la mia volontà nemmeno Zeus in persona può vincerla». Per lui il corpo, i beni e gli altri non sono nostri. Ma giudicare, accettare o rifiutare, desiderare o evitare non può essere tolto a nessuno con la forza. Essere liberi significa vivere senza costrizioni né impedimenti in quell'ambito. Attenzione: in questi passi Epitteto non discute se le nostre scelte abbiano delle cause. Dice dove si trova la libertà che conta, e accetta che il resto accada «come Dio vorrà».
clicca su una premessa per rifiutarla
Senza la premessa implicita: Senza P4, si possono accettare da P1 a P3 e negare la conclusione: se essere liberi significasse poter fare ciò che si vuole nel mondo, o scegliere senza alcuna causa, lo schiavo incatenato non sarebbe libero, anche se padrone del proprio giudizio.
Obiezioni
3Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.
Immanuel Kant 1788 · attacca la premessa 4Dire che un'azione è libera perché le sue cause sono in noi (le nostre rappresentazioni, i nostri desideri), quando quelle cause sono a loro volta determinate da ciò che precede, è una libertà da girarrosto. Kant la chiama un miserabile sotterfugio: il problema viene risolto con un gioco di parole.
un difensore risponde
Dire che un'azione è libera perché le sue cause sono in noi (le nostre rappresentazioni, i nostri desideri), quando quelle cause sono a loro volta determinate da ciò che precede, è una libertà da girarrosto. Kant la chiama un miserabile sotterfugio: il problema viene risolto con un gioco di parole.
Arthur Schopenhauer 1839 · attacca la premessa 3«La mia volontà dipende solo da me»: ma ci si può chiedere «puoi anche volere ciò che vuoi?». Ciò che scelgo deriva dal mio carattere e dai motivi che incontro. La volontà che nessuno può strapparmi non è dunque più libera di un'altra: è soltanto fuori dalla portata delle catene.
senza risposta
«La mia volontà dipende solo da me»: ma ci si può chiedere «puoi anche volere ciò che vuoi?». Ciò che scelgo deriva dal mio carattere e dai motivi che incontro. La volontà che nessuno può strapparmi non è dunque più libera di un'altra: è soltanto fuori dalla portata delle catene.
IIsaiah Berlin 1958 · attacca la conclusioneIn «Due concetti di libertà», Berlin chiama «ritirata nella cittadella interna» l'atteggiamento degli stoici e degli asceti: il tiranno minaccia i miei beni, la mia libertà di movimento, le persone che amo; se non tengo più a nulla di tutto ciò, non può più toccarmi. Berlin lo paragona a un uomo che, per non soffrire più per una ferita alla gamba, la amputa invece di curarla: si elimina il desiderio invece di rimuovere l'ostacolo. Per lui la libertà richiede anche uno spazio di azione che gli altri non ostacolino.
Épictète risponde
In «Due concetti di libertà», Berlin chiama «ritirata nella cittadella interna» l'atteggiamento degli stoici e degli asceti: il tiranno minaccia i miei beni, la mia libertà di movimento, le persone che amo; se non tengo più a nulla di tutto ciò, non può più toccarmi. Berlin lo paragona a un uomo che, per non soffrire più per una ferita alla gamba, la amputa invece di curarla: si elimina il desiderio invece di rimuovere l'ostacolo. Per lui la libertà richiede anche uno spazio di azione che gli altri non ostacolino.