DomandeChe cos'è la felicità?Il piacere è il fine della vita, a condizione di selezionare i propri desideri
Che cos'è la felicità?Il piacere

Il piacere è il fine della vita, a condizione di selezionare i propri desideri

La selezione dei desideri; desideri naturali e necessari; l'epicureismo; «il piacere, principio e fine della vita felice»

Épicure 341 a.C. · 270 a.C.Rifiuta il destino dei filosofi naturalisti: alcune cose accadono per necessità, altre per caso, altre per nostra stessa azione.
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Che cosa sostiene

Dunque il piacere è il principio e il fine della vita felice. Lo si raggiunge selezionando i propri desideri, e consiste nel non avere né dolore nel corpo né turbamento nell'anima.

Perché

Ogni essere vivente si volge spontaneamente al piacere: è dunque il primo bene, ma ogni desiderio va giudicato dalle sue conseguenze.

La stessa idea attraverso la storia
Aristippe de Cyrène380 a.C.Aristippo e i suoi eredi cirenaici fanno già del piacere l'unico bene, ma vogliono il piacere del momento, in movimento. Epicuro risponde loro scegliendo un altro piacere, più quieto, e selezionando i desideri.
Épicure300 a.C.Epicuro (341-270 a.C.) fonda il Giardino ad Atene. Parte dalla stessa constatazione dei cirenaici (tutti noi cerchiamo il piacere), ma ne trae una vita semplice: il vero piacere è l'assenza di dolore nel corpo e di turbamento nell'anima.
Lucrèce55 a.C.All'inizio del libro II, Lucrezio scrive che la natura chiede soltanto due cose: un corpo libero dal dolore e una mente che gode, senza affanno né timore. Aggiunge che al corpo serve ben poco, e che l'oro e i palazzi non cambiano nulla.
In breve

«Il piacere è il fine della vita, a condizione di selezionare i propri desideri» è un argomento di Épicure (Epicuro, Lettera a Meneceo e Massime capitali (ca. 300 a.C.), 300 a.C.) sulla domanda «Che cos'è la felicità?» (risposta: il piacere). La sua tesi: Dunque il piacere è il principio e il fine della vita felice. Lo si raggiunge selezionando i propri desideri, e consiste nel non avere né dolore nel corpo né turbamento nell'anima. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P2, P7). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 2 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Epicuro, Lettera a Meneceo e Massime capitali (ca. 300 a.C.)
Valido con una premessa implicita

Si pensa spesso che Epicuro ci inviti a far festa. È quasi l'opposto. Per lui ogni essere vivente cerca il piacere e fugge il dolore, quindi non c'è altro fine che il piacere. Ma non tutti i piaceri si equivalgono, e molti costano più pena di quanta ne diano. Dobbiamo dunque selezionare i nostri desideri: tenere quelli che alleviano un dolore reale (la fame, la sete), mettere da parte quelli che ci rendono dipendenti e ansiosi (la gloria, il lusso). Il piacere a cui si mira non è l'eccitazione di un banchetto, ma un corpo senza dolore e un'anima senza turbamento. Il testo non espone l'argomento in forma di premesse: la forma da P1 a P7 qui sotto è una nostra ricostruzione, a partire dalla Lettera a Meneceo (127-132) e dalle Massime capitali.

P1Ogni essere vivente, fin dalla nascita e senza bisogno di ragionare, si volge al piacere e fugge il dolore.
P2 · premessa implicitaCiò verso cui ogni vivente va da sé, prima di ogni educazione, è il suo primo bene, quello che appartiene alla sua natura: il punto di partenza di tutte le sue scelte.
P3È proprio perché il piacere è il primo bene che non scegliamo un piacere qualsiasi: giudichiamo ogni desiderio da ciò che ci porta e da ciò che ci toglie, e scartiamo quelli che costano più pena di quanto diano piacere.
P4I desideri sono di tre tipi: naturali e necessari (bere quando si ha sete), naturali ma non necessari (i cibi raffinati), né naturali né necessari (le corone, le statue in proprio onore); questi ultimi nascono da un'opinione vuota.
P5Ciò che è naturale si ottiene facilmente; solo ciò che è vano è difficile da ottenere. Una vita semplice basta dunque a soddisfare i desideri che contano.
P6Quando diciamo che il piacere è il fine, non parliamo dei piaceri dei dissoluti: intendiamo l'assenza di dolore nel corpo e di turbamento nell'anima.
P7 · premessa implicitaChi ha il corpo senza dolore e l'anima senza turbamento, grazie a desideri naturali e facili da soddisfare, non ha più nulla da cercare per essere pienamente felice.
Dunque il piacere è il principio e il fine della vita felice. Lo si raggiunge selezionando i propri desideri, e consiste nel non avere né dolore nel corpo né turbamento nell'anima.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P2 e P7, il computer trova un caso in cui tutti i viventi cercano il piacere fin dalla nascita, in cui si selezionano i desideri e si ha un corpo senza dolore e un'anima senza turbamento, ma in cui non si conclude che il piacere sia il primo bene, né che non manchi nulla: potremmo ancora aver bisogno, per esempio, di azioni giuste o di conoscenza.
Con le sue sette premesse, l'argomento è valido. Senza P2 e P7 non lo è più. Senza P2, non si passa da «tutti i viventi cercano il piacere» a «il piacere è il primo bene»: un fatto diventa un bene solo se si ammette che ciò che è naturale è buono. Senza P7, nulla dice che l'assenza di dolore e di turbamento basti alla felicità. Epicuro afferma P2 parlando del piacere come bene «primo e connaturato» (Lettera 129) e P7 dicendo che l'essere vivente non ha più nulla da cercare una volta raggiunto questo fine (Lettera 128). È proprio qui che colpiscono i suoi critici: Cicerone nega che l'assenza di dolore sia un piacere, Seneca nega che il piacere sia il primo bene.
Analogia. Pensa a un viaggiatore affamato. Un pasto semplice lo sazia quanto un banchetto: una volta placata la fame, il banchetto aggiunge solo varietà, e può persino fargli venire mal di stomaco il giorno dopo. Epicuro trasforma questa idea in una regola di vita: cerca ciò che calma un dolore reale, e diffida di ciò che ne crea di nuovi.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Cicerone 45 a.C. · attacca la premessa 6

Nel dialogo De finibus (Dei termini del bene e del male), Cicerone fa notare che «assenza di dolore» e «piacere» non significano la stessa cosa: il piacere ha un significato, il non soffrire un altro. Epicuro pone dunque come fine una cosa (non soffrire) e la chiama con il nome di un'altra (il piacere). Per Cicerone, una vita davvero felice non si riduce ad allontanare un male: richiede di ottenere un bene.

Épicure risponde
E
Epicuro Ciò che Epicuro aveva già detto (Diogene Laerzio X, 136; Cicerone viene dopo di lui)
Epicuro distingue due tipi di piacere. La serenità dell'animo e l'assenza di dolore sono piaceri «di quiete»; la gioia e il diletto sono piaceri «in movimento». Entrambi sono piaceri: l'assenza di dolore non è un semplice vuoto.
Cicerone Replica di Cicerone (De finibus II, 32)
Cicerone nota che, per provare che il piacere è naturale, Epicuro invoca i bambini e gli animali, che sono attratti dal piacere «in movimento», non dal piacere stabile che consiste solo nell'assenza di dolore. Il fine che l'argomento sceglie (la quiete) non è dunque quello che la sua prova stabilisce (il movimento).
Il dibattito continua (nostra sintesi) Il disaccordo è netto. Epicuro risponde che la quiete è davvero un piacere, e anzi il più alto (Massima capitale 3: il piacere raggiunge il suo limite quando ogni dolore è rimosso). Cicerone risponde che la sua prova tratta dai bambini vale solo per l'altro tipo di piacere. Il dibattito riguarda ciò che deve contare come piacere: soltanto ciò che si sente mentre si cambia stato, oppure anche lo stato di calma che segue. Esso trova eco presso i Cirenaici, per i quali l'assenza di dolore non è affatto un piacere (vedi l'argomento di Aristippo).
Seneca 58 · attacca la conclusione

Seneca, stoico, rifiuta di fare del piacere il fine. Il piacere viene in più quando si vive secondo virtù, come i fiori crescono in un campo di grano: non è né la ricompensa né la causa della virtù. Fare del piacere il fine significa mettere al primo posto ciò che dovrebbe seguire.

Épicure risponde
E
Epicuro Ciò che Epicuro aveva già detto (Lettera a Meneceo 132; Seneca viene dopo di lui)
Per Epicuro, non si può vivere piacevolmente senza vivere con saggezza, onestà e giustizia, né viceversa: le virtù sono legate alla vita piacevole, e questa ne è inseparabile. Il piacere che egli ha di mira esclude dunque le condotte ingiuste o irragionevoli.
Seneca Controreplica di Seneca (De vita beata 11, 2)
Se la virtù accompagna il piacere, lo segue, ed è il piacere a comandare. Ma seguire significa obbedire; per guidare bisogna essere padroni. Mettere la virtù dietro il piacere significa ridurla al ruolo di chi assaggia i piaceri prima degli altri.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Seneca resta equo verso Epicuro: scrive che la sua dottrina è «santa e retta», perfino «austera» a esaminarla da vicino (De vita beata 13, 1), e che i dissoluti si nascondono dietro il suo nome. Il disaccordo riguarda dunque meno la condotta che il rango: la virtù è un fine in sé (Seneca) o la condizione e il mezzo di una vita piacevole (Epicuro, che dice di sceglierla «a causa del piacere», come si prende una medicina per la salute, secondo Diogene Laerzio X, 138)?
Robert Nozick 1974 · attacca la conclusione

Immagina una macchina che ti darebbe tutte le esperienze piacevoli che volessi, senza che nulla di tutto ciò sia reale. Nozick pensa che la maggior parte di noi rifiuterebbe di collegarvisi per tutta la vita, e ne conclude che non vogliamo soltanto provare piacere: vogliamo anche fare cose reali, essere una certa persona, essere in contatto con la realtà. Dunque il piacere non può essere l'unico fine.

senza risposta
Nessuna risposta possibile: obiezione formulata nel 1974, dopo la morte dell'autore (-270).
Il dibattito continua (nostra sintesi) Questa obiezione colpisce ogni dottrina del piacere, compresa quella di Epicuro. Pone una domanda che Epicuro non avrebbe potuto sentire: una vita di piacere senza contatto con il reale è ancora una vita felice? Un difensore di Epicuro può rispondere che il suo piacere passa attraverso la conoscenza della natura e l'amicizia (Massima capitale 27: l'amicizia è di gran lunga il bene più grande che la saggezza procuri), dunque attraverso relazioni ben reali. Questo dibattito è trattato altrove sul sito.