DomandeLa vita ha un senso?Il senso non si inventa, si scopre
La vita ha un senso?Un senso dato

Il senso non si inventa, si scopre

La logoterapia; tre vie verso il senso; «un perché per vivere»; l'ottimismo tragico

Viktor Frankl 1905 · 1997Psichiatra sopravvissuto ai lager: il senso si trova dedicandosi a una causa, e la felicità arriva per giunta.
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Che cosa sostiene

Dunque il senso della vita è scoperto e non inventato, ed è incondizionato: include persino il possibile senso di una sofferenza inevitabile.

Perché

Il senso è nel mondo, non nella nostra testa: lo si scopre attraverso un'opera, un incontro, o di fronte a una sofferenza inevitabile.

La stessa idea attraverso la storia
Friedrich Nietzsche1889Frankl cita la formula di Nietzsche («Chi ha un perché per vivere può sopportare quasi qualsiasi come») come motto di ogni sforzo per sostenere un prigioniero. Non abbiamo verificato la formula nel testo di Nietzsche: qui è citato solo il passo di Frankl.
Viktor Frankl1946Frankl scrive il suo racconto nel 1946 (Ein Psycholog erlebt das Konzentrationslager). Le tre vie verso il senso sono esposte nella parte «Logotherapy in a Nutshell» dell'edizione inglese.
In breve

«Il senso non si inventa, si scopre» è un argomento di Viktor Frankl (Man's Search for Meaning, 1946 (ed. inglese, 1959-1985), 1946) sulla domanda «La vita ha un senso?» (risposta: un senso dato). La sua tesi: Dunque il senso della vita è scoperto e non inventato, ed è incondizionato: include persino il possibile senso di una sofferenza inevitabile. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P4). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 3 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Man's Search for Meaning, 1946 (ed. inglese, 1959-1985)
Valido con una premessa implicita

Frankl, psichiatra ebreo viennese, trascorre tre anni nei campi nazisti, tra cui Auschwitz. Lì nota che chi ha uno scopo, un «perché», resiste meglio. Ne trae un'idea semplice: sbagliamo a chiederci «qual è il senso della mia vita?», perché è la vita a interrogarci, ora dopo ora, attraverso le situazioni in cui ci pone. Il senso non è dunque un pensiero che si inventa dentro di sé, è un compito che si scopre nel mondo. Ci sono tre vie per trovarlo: compiere un'opera o un gesto, vivere un amore o un'esperienza, e scegliere il proprio atteggiamento di fronte a una sofferenza che non si può evitare. Anche morendo, si può dunque dare un senso alla propria vita. È ciò che la rende, a suo avviso, sensata senza condizioni.

P1Il vero senso della vita va scoperto nel mondo, e non nell'uomo o nella sua psiche, come se questa fosse un sistema chiuso.
P2Possiamo scoprire questo senso in tre modi: creando un'opera o compiendo un atto; vivendo un'esperienza o incontrando qualcuno; e attraverso l'atteggiamento che assumiamo di fronte a una sofferenza inevitabile.
P3Ci sono situazioni in cui si è tagliati fuori dal proprio lavoro e dalla propria gioia. Ma la sofferenza inevitabile non può mai essere esclusa: resta dunque sempre un atteggiamento da scegliere.
P4 · premessa implicitaSe, in ogni momento, resta aperta una via verso il senso, allora la vita ha un senso in ogni momento, fino all'ultimo.
Dunque il senso della vita è scoperto e non inventato, ed è incondizionato: include persino il possibile senso di una sofferenza inevitabile.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P4, il computer trova un caso in cui una via è aperta, in cui darebbe un senso se la si seguisse, ma in cui nessuno la segue: la vita di quella persona non ha allora alcun senso, anche se avrebbe potuto averne uno.
Valido con P4. P2 dice che ciascuna delle tre vie dà accesso a un senso. P3 dice che, se le prime due sono chiuse, la terza resta aperta. Se ne deduce che almeno una via è aperta in ogni momento. P4 lo trasforma nella conclusione: in ogni momento la vita ha un senso. Senza P4, si possono ammettere le prime tre e rifiutare di concludere che la vita, nel suo insieme, abbia un senso: un senso possibile non è ancora un senso reale, e chi non lo vede non lo possiede. P1 serve alla seconda parte della conclusione («scoperto e non inventato»).
Analogia. Un crocevia ha sempre almeno una strada aperta, anche quando scende la notte e due strade sono bloccate dalla neve. Frankl dice: resta sempre almeno una strada, quella dell'atteggiamento. Ma, come per un crocevia, bisogna comunque percorrerla: la strada non ti porta.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Jean-Paul Sartre, L'esistenzialismo è un umanismo 1945 · attacca la premessa 1

Per Sartre è l'opposto: «la vita non ha senso a priori. Prima che voi viviate, la vita non è nulla, ma sta a voi darle un senso, e il valore non è altro che il senso che scegliete». Il senso non attende nel mondo: nasce dalla scelta di ciascuno. Cercare un senso «da scoprire» significherebbe credere che esista in anticipo, cosa che nulla dimostra.

Frankl risponde
Frankl Frankl, Logotherapy in a Nutshell (senza citare Sartre)
Frankl scrive che, in definitiva, l'uomo non deve chiedersi quale sia il senso della sua vita, ma riconoscere che è lui a essere interrogato: ogni uomo è interrogato dalla vita, e può rispondere alla vita solo rispondendo della propria vita.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Frankl non nomina Sartre in questo passo: la risposta è dunque ricostruita da noi. I due autori concordano su un punto: la responsabilità di ciascuno è centrale. Si separano sull'origine del senso. Per Frankl, è la situazione a porre la domanda e la persona a rispondere; per Sartre, è la persona a porre il valore. Tuttavia lo stesso Frankl lascia a ciascuno la scelta di ciò di cui si sente responsabile (la società, la coscienza o un'autorità superiore): la logoterapia «deve lasciargli l'opzione per cosa, davanti a cosa o davanti a chi si comprende come responsabile». È il punto che la critica successiva sfrutta. Vedi l'argomento «sartre-sens-a-creer».
Susan Wolf, Meaning in Life and Why It Matters 2010 · attacca la premessa 2

Se il senso è ciò che ciascuno scopre nei propri compiti, che cosa distingue un vero senso da un'impressione di senso? Wolf sostiene che il senso non si riduce a ciò che il soggetto sente. Scrive che non è garantito che la valutazione che il soggetto dà del valore del proprio oggetto «sia privilegiata», e che chi ama fumare marijuana tutto il giorno o fare senza fine parole crociate, anche senza costrizione, non rende per questo la propria vita ricca di senso. Una vita ricca di senso richiede un oggetto che ne valga la pena, non soltanto un sentimento.

Frankl risponde
vedi l'argomento
Frankl Frankl, The Case for a Tragic Optimism (senza nominare Wolf)
Frankl scrive che la logoterapia concepisce la coscienza come un suggeritore che, se necessario, indica la direzione in cui dobbiamo muoverci in una data situazione di vita.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Wolf scrive nel 2010, dopo la morte di Frankl (1997), e non lo cita nell'estratto che abbiamo letto: il confronto è ricostruito da noi. Nel passo citato, Frankl dice come si percepisce il senso (la coscienza, che valuta la situazione con una gerarchia di valori radicata, secondo lui, nella nostra eredità biologica), ma non perché questa gerarchia sarebbe oggettivamente giusta. L'obiezione di Wolf resta quindi in piedi: un senso «sentito» come tale basta per una vita che conta? Frankl pone peraltro dei limiti: scrive che la sofferenza evitabile va eliminata, perché allora è «masochista più che eroica». Vedi l'argomento «wolf-sens».
Un'obiezione che nasce dal racconto stesso di Frankl 1946 · attacca la conclusione

Frankl riferisce che chi aveva un «perché» resisteva meglio. Ma scrive anche: «Noi che siamo tornati, grazie a molte fortunate coincidenze o a miracoli, comunque li si voglia chiamare, lo sappiamo: i migliori fra noi non sono tornati.» Se a decidere della sopravvivenza era il caso, il senso che ci si dà non prova nulla sulla propria vita, e la conclusione generale (un senso incondizionato) non poggia più sui campi.

Frankl risponde
Frankl Frankl, Logotherapy in a Nutshell
Frankl dice che si poneva una domanda diversa da quella dei suoi compagni: non «sopravvivremo?», ma «tutta questa sofferenza, questa morte intorno a noi, ha un senso?» Perché, aggiunge, se non ce l'ha, allora in definitiva non c'è alcun senso nel sopravvivere.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Questa risposta sposta il dibattito: Frankl non sostiene che il senso garantisca la sopravvivenza, ma che non dipenda da essa. Ciò è coerente con la conclusione (un senso anche di fronte alla morte), ma rende la tesi difficile da verificare: nessun fatto dei campi può contraddirla. Frankl descrive anche casi in cui la perdita di speranza precede la morte (la settimana tra il Natale 1944 e il Capodanno), che sono osservazioni di uno psichiatra, non uno studio. Il legame tra «perché» e sopravvivenza resta un'impressione, non una prova.