DomandeChi sono io, davvero?L'«io penso» deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni
Chi sono io, davvero?La mia coscienza, la mia memoria

L'«io penso» deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni

L'«io penso» di Kant, l'unità della coscienza (appercezione trascendentale)

Immanuel Kant 1724 · 1804Stabilire i limiti della ragione; agire per dovere.
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Che cosa sostiene

Dunque l'unità di un'unica coscienza è certo la condizione perché le mie rappresentazioni siano mie, ma non se ne può concludere che l'«io» sia una sostanza conosciuta: né che sia un'anima semplice, né che sia la stessa persona attraverso il tempo, né che sia immortale.

Perché

Le mie rappresentazioni sono mie solo se una sola coscienza le unisce, ma questa unità non mi permette di conoscere ciò che sono.

In breve

«L'«io penso» deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni» è un argomento di Immanuel Kant (Critica della ragion pura, 1787, § 16 e Paralogismi) sulla domanda «Chi sono io, davvero?» (risposta: la mia coscienza, la mia memoria). La sua tesi: Dunque l'unità di un'unica coscienza è certo la condizione perché le mie rappresentazioni siano mie, ma non se ne può concludere che l'«io» sia una sostanza conosciuta: né che sia un'anima semplice, né che sia la stessa persona attraverso il tempo, né che sia immortale. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P4). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 2 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Critica della ragion pura, 1787, § 16 e Paralogismi
Valido con una premessa implicita

I tuoi pensieri, le tue sensazioni, i tuoi ricordi: che cosa fa sì che siano tutti tuoi, e non di dieci persone diverse? Kant risponde: sono collegati in un'unica coscienza, e un «io penso» deve poter accompagnarli tutti. Senza questa unità avresti «tanti io quante sono le rappresentazioni». Ma attenzione: Kant non dice che questo «io» sia una cosa che conosciamo, un'anima semplice e immortale. Per lui l'«io» è una forma del pensiero, non un oggetto che osserviamo. Da Locke conserva dunque l'idea che la coscienza faccia l'identità, ma rifiuta la metafisica dell'anima.

P1Ho un'esperienza, delle rappresentazioni (percezioni, pensieri), e ciascuna di esse deve poter essere accompagnata dall'«io penso»: altrimenti in me sarebbe rappresentato qualcosa che non potrebbe essere pensato, cioè non sarebbe nulla per me.
P2Rappresentazioni diverse sono tutte mie solo se appartengono a un'unica coscienza. Altrimenti avrei tanti io, di tanti colori diversi, quante sono le rappresentazioni. Questa unità non è data già fatta: presuppone che io colleghi le rappresentazioni tra loro, o che possa farlo.
P3L'«io penso» è un atto del pensiero (una spontaneità), non qualcosa che i miei sensi mi danno. L'unità della coscienza è dunque una forma del pensiero.
P4 · premessa implicitaUna pura forma del pensiero non mi dà al tempo stesso un'intuizione di me stesso come oggetto: posso conoscere questo «io» solo attraverso i pensieri che ne sono gli attributi, e nient'altro.
P5Conoscere una sostanza, per esempio un'anima semplice che dura, richiede un'intuizione. Ora, per noi, le intuizioni sono soltanto sensibili.
Dunque l'unità di un'unica coscienza è certo la condizione perché le mie rappresentazioni siano mie, ma non se ne può concludere che l'«io» sia una sostanza conosciuta: né che sia un'anima semplice, né che sia la stessa persona attraverso il tempo, né che sia immortale.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P4, il computer trova un caso in cui l'unità della coscienza è una forma del pensiero, in cui ho comunque un'intuizione di me stesso, e in cui dunque conosco una sostanza. La conclusione è allora falsa.
L'argomento è valido con P4. Senza di essa, la conclusione non segue più: si può immaginare che l'«io penso» sia una semplice forma del pensiero e che io abbia tuttavia un'intuizione di me stesso, e allora nulla impedirebbe di conoscere l'anima come sostanza. Per questo i Paralogismi insistono: l'«io» non contiene alcuna intuizione, è «vuoto di contenuto».
Analogia. Pensa alle righe di un quaderno: permettono di ordinare tutto ciò che scrivi, e senza di esse nulla sarebbe leggibile. Ma le righe non sono una pagina scritta in più: non si possono leggere come testo. L'«io penso» è come quelle righe: organizza tutto, ma non è esso stesso un contenuto che potremmo studiare come un oggetto.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Hume 1739 · attacca la premessa 2

Quando guardo dentro di me, non trovo mai un «io»: solo una percezione o un'altra, caldo, freddo, piacere, dolore. Non posso mai cogliermi senza una percezione. Non c'è dunque alcuna unità da presupporre: l'«io» non è che un fascio di percezioni che si susseguono.

Kant risponde
Kant Risposta tratta dalla Deduzione (1787)
La coscienza che accompagna rappresentazioni diverse è, in sé, dispersa e priva di rapporto con l'identità del soggetto. Questo rapporto non deriva dal fatto che ogni rappresentazione sia accompagnata dalla coscienza, ma dal fatto che io le collego e ne sono consapevole. Altrimenti avrei tanti io, di tanti colori diversi, quante sono le rappresentazioni.
Il dibattito continua (nostra sintesi) In questo passo Kant non nomina Hume: è la risposta che il suo testo permette di dare. Essa concede a Hume che l'io non si trova come una percezione in più, ma sostiene che la stessa idea di un fascio presuppone un unico soggetto che raccolga le percezioni. Un humeano può rispondere che questa unità si spiega con i legami tra le percezioni, senza un soggetto a parte.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Disaccordo di fondo: l'unità della coscienza è una condizione che occorre presupporre (Kant), o un risultato da spiegare mediante i legami tra le percezioni (Hume)? Questione tuttora dibattuta.
C
Cartesio 1641 · attacca la conclusione

Sono certo di esistere finché penso. E trovo che il pensiero sia l'unica cosa che non può essere separata da me. Dunque io sono, a rigor di termini, soltanto una cosa che pensa: una sostanza, che è uno spirito, e non un corpo.

Kant risponde
vedi l'argomento
Kant Paralogismi, B404
L'«io» non rappresenta nulla di più di un soggetto trascendentale dei pensieri, chiamato x. Lo si conosce soltanto attraverso i pensieri che sono i suoi predicati, e al di fuori di essi non ne abbiamo il minimo concetto. Giriamo dunque in circolo.
Kant Paralogismi, B407
Che l'«io che pensa» debba essere sempre soggetto nel pensiero è una proposizione evidente, ma ciò non significa che io, come oggetto, sia un essere sussistente per sé, una sostanza. Ciò richiederebbe dati che non si trovano nel pensiero.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Kant prende qui di mira il ragionamento che passa dall'«io penso» a una cosa che pensa (i «Paralogismi»), e Cartesio ne è il grande esempio. Un cartesiano può rispondere che mi conosco immediatamente come pensante, senza passare per i sensi, e che questa conoscenza è appunto quella di una sostanza.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Disaccordo di fondo: si può conoscere una sostanza pensante senza intuizione sensibile, mediante la sola coscienza di pensare? Kant dice di no, Cartesio dice di sì.
Peter F. Strawson 1966 · attacca la premessa 3

Strawson mantiene di Kant l'idea che un'esperienza presupponga un soggetto che può dirsi «questa esperienza è mia». Ma ritiene che la storia di atti di sintesi compiuti dalla mente, che Kant chiama «psicologia trascendentale», non sia necessaria all'argomento e vada abbandonata: la condizione dell'unità può essere enunciata senza di essa.

senza risposta
Nessuna risposta possibile: obiezione formulata nel 1966, dopo la morte dell'autore (1804).
Il dibattito continua (nostra sintesi) Strawson scrive quasi due secoli dopo Kant. Non abbiamo una risposta di Kant. I kantiani replicano che l'unità della coscienza non regge da sola: senza un'attività che colleghi, resta inspiegata.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Disaccordo di fondo: l'unità della coscienza richiede un'attività di sintesi, o basta dire che un'esperienza deve poter essere attribuita a un medesimo soggetto?