Giordano Bruno
L'universo è infinito, popolato da innumerevoli mondi.
Giordano Bruno (1548 · 1600, Italia, poi tutta l'Europa (Ginevra, Tolosa, Parigi, Londra, Wittenberg, Praga, Francoforte), Venezia e Roma): umanesimo e neoplatonismo. Una causa infinita non può produrre che un effetto infinito: l'universo non ha dunque né margine né centro, e contiene un'infinità di mondi simili al nostro, con i loro soli e le loro terre. Questo universo è uno: la materia non è una pasta inerte, porta in sé tutte le forme, e un'unica anima del mondo anima ogni cosa. Su AskPhilosophy: 4 argomenti ricostruiti, 5 citazioni verificate parola per parola sui testi originali, e 3 convinzioni comuni esaminate; ogni testo reca un badge di autenticità (scritto dall'autore, postumo, appunti di allievi, tramandato, apocrifo).
Perché è importante
È uno dei primi a sostenere, da filosofo, che l'universo è infinito e che le stelle sono altri soli circondati da mondi. Difende Copernico quando quasi tutti i dotti lo rifiutano, e usa l'esempio della nave (una pietra lasciata cadere dall'albero cade ai piedi dell'albero) che Galileo renderà celebre. Il suo processo e la sua morte ne hanno fatto, dall'Ottocento, un simbolo della libertà di pensiero: un simbolo che va confrontato con i testi.
La sua vita
Entrò nell'ordine domenicano a Napoli, fu sospettato di eresia, lasciò l'ordine nel 1576 e vagò per l'Europa: Ginevra, Tolosa, Parigi, poi Londra (1583-1585), dove visse presso l'ambasciatore di Francia e pubblicò i suoi dialoghi italiani. Insegnò poi in Germania e a Praga. Nel 1591, invitato a Venezia dal patrizio Mocenigo, fu da lui denunciato all'Inquisizione nel 1592. Consegnato a Roma nel 1593, trascorse sette anni in prigione, rifiutò infine di abiurare e fu bruciato vivo il 17 febbraio 1600.
Leggere i suoi dialoghi
Le sue opere maggiori sono dialoghi: a parlare sono i personaggi. Filoteo (De l'infinito, Della causa I) e Teofilo (Della causa II-V, La cena de le ceneri) sono i suoi portavoce; gli altri interrogano, resistono o sono messi in ridicolo (il pedante Polihimnio). Le lettere dedicatorie, invece, sono nella sua voce. Le sue deposizioni del 1592 ci sono note solo attraverso il verbale del notaio dell'Inquisizione: sono le sue parole, ma pronunciate sotto interrogatorio. I suoi libri datati «Venezia» furono stampati in Inghilterra, e quasi tutti gli altri pure, anche quelli datati «Parigi»: lo spiega egli stesso ai suoi giudici, dicendo che il falso luogo di stampa veniva dallo stampatore.
Le sue posizioni
clicca su una riga per vedere la provaNon nega mai Dio: parla di una causa infinita, di una provvidenza universale, di una divinità presente «in tutto il mondo, ed in ciascuna sua parte». Ma rifiuta di cercare la divinità fuori del mondo infinito, e lascia il «summo ed ottimo principio» alla fede. Ai suoi giudici distingue la natura, «ombra e vestigio della divinità», da Dio, che è «in tutto e sopra tutto». Panteista per gli uni, «panenteista» per altri: se ne discute.
I sensi risvegliano la ragione, ma non giudicano: «Non è senso che vegga l'infinito». Spetta all'intelletto giudicare ciò che è lontano nello spazio e nel tempo.
Si dice certo del moto della Terra quanto di tutto ciò che si può ritenere certo, «non per autoritate ma per vivo senso e raggione». Invece la sostanza infinita di Dio può essere conosciuta solo attraverso le sue tracce.
Né dualista né materialista: tutto è animato da un'anima del mondo, la materia porta in sé tutte le forme, e materia e anima sono una sola sostanza. Una sorta di «panpsichismo» prima della parola.
In Dio, volere, potere e fare sono una cosa sola: non può fare altro da ciò che fa. Bruno giudica dimostrativo questo ragionamento, pur approvando i teologi che non lo insegnano al popolo, per timore che ne perda il senso del merito e della giustizia. Sulla libertà umana i nostri testi non decidono.
Esistono «divine leggi, che nel centro del nostro core son inscolpite». Ma nello Spaccio de la bestia trionfante una legge si giudica da ciò che apporta alla vita comune degli uomini.
Dice di aver sempre ragionato «secondo li principii e lume naturale», senza mirare anzitutto a ciò che la fede impone. La Scrittura parla il linguaggio comune per insegnare la condotta: non fa autorità in fisica. Ma lascia alla fede la contemplazione che si innalza al di sopra della natura.
Contemplare l'universo infinito libera dalla paura e dalla speranza vane e «riduce l'uomo alla vera beatitudine che può aver come uomo».
Con la propria voce dice di odiare «il volgo». Nello Spaccio, il personaggio di Saulino dice che gli uomini, più vari e incostanti di tutti gli animali, devono essere trattenuti dalle leggi. Ma Bruno celebra anche lo sforzo eroico della mente che si eleva (Degli eroici furori).
Nello Spaccio, Giove (secondo Sofia, con l'approvazione di Saulino) afferma che ciò che conta è il «convitto umano», la vita comune: nessuna legge, nemmeno se viene dal cielo, è accettabile se non lo serve, e le colpe sono tanto più gravi quanto più nuocciono alla vita comune. Sono personaggi, ma l'idea ritorna in tutto il libro.
Nello Spaccio, Giove sostituisce i vizi con le virtù (verità, prudenza, giustizia, diligenza...) e ordina di preferire sempre le opere alla sola credenza (ordini riferiti da Sofia). Le virtù valgono per i loro frutti per la vita comune: un'etica delle virtù rivolta all'utilità sociale.