Siamo tutti fatti di pezze: io non dipingo l'essere, dipingo il passaggio
L'incostanza delle nostre azioni; «io non dipingo l'essere, dipingo il passaggio»
Dunque non c'è in noi un io fisso: solo pezzi e un passaggio.
I nostri atti si contraddicono da un momento all'altro, e quando mi osservo non trovo nulla di fisso da afferrare, solo un passaggio.
«Siamo tutti fatti di pezze: io non dipingo l'essere, dipingo il passaggio» è un argomento di Michel de Montaigne (Saggi II, 1 «Dell'incostanza delle nostre azioni» (1580); III, 2 «Del pentirsi» (1588), 1580) sulla domanda «Chi sono io, davvero?» (risposta: nessun io fisso). La sua tesi: Dunque non c'è in noi un io fisso: solo pezzi e un passaggio. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P3). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 1 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.
Montaigne osserva se stesso e gli altri, e vede la stessa cosa: i nostri atti non formano una linea retta. Il coraggioso di ieri oggi trema, il saggio dice una sciocchezza, e c'è tanta differenza tra noi e noi stessi quanta ce n'è tra noi e gli altri. Quando si volge verso l'interno, non trova nemmeno lì un io solido: «Io non dipingo l'essere, dipingo il passaggio». Attenzione: Montaigne non dice che non c'è nessuno. Dice che questo «io» non è né uno, né fisso, né trasparente: è una successione di pezzi e di momenti.
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Senza la premessa implicita: Senza P3, il computer trova qualcuno i cui atti variano molto e che non riesce a fissare lo sguardo su di sé, ma che ha comunque un io fisso, nascosto sotto quelle variazioni.
Obiezioni
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Seneca 65 · attacca la premessa 3L'incostanza non è la natura dell'uomo, è il difetto dello stolto. «Eccetto il saggio, nessuno» sostiene sempre lo stesso personaggio: si può dunque avere un carattere unico e duraturo, a condizione di volerlo e di lavorarci. L'incostanza mostra una mancanza di giudizio, non l'assenza di un io.
Montaigne risponde
L'incostanza non è la natura dell'uomo, è il difetto dello stolto. «Eccetto il saggio, nessuno» sostiene sempre lo stesso personaggio: si può dunque avere un carattere unico e duraturo, a condizione di volerlo e di lavorarci. L'incostanza mostra una mancanza di giudizio, non l'assenza di un io.
Montaigne stesso, in «Del pentirsi» 1588 · attacca la premessa 3Nello stesso capitolo in cui dipinge il passaggio, Montaigne scrive: «non c'è nessuno, se si ascolta, che non scopra in sé una forma propria, una forma dominante, che lotta contro l'educazione». Dice anche di ritrovarsi «quasi sempre al mio posto», come i corpi pesanti. C'è dunque in lui un fondo stabile sotto le variazioni.
senza risposta
Nello stesso capitolo in cui dipinge il passaggio, Montaigne scrive: «non c'è nessuno, se si ascolta, che non scopra in sé una forma propria, una forma dominante, che lotta contro l'educazione». Dice anche di ritrovarsi «quasi sempre al mio posto», come i corpi pesanti. C'è dunque in lui un fondo stabile sotto le variazioni.
John Locke 1694 · attacca la premessa 3Ciò che fa sì che io sia la stessa persona non è la costanza del mio carattere né dei miei atti, ma la coscienza: un essere pensante che può considerare se stesso come lo stesso «in tempi e luoghi diversi». I miei umori possono cambiare molto, ma sono pur sempre io a ricordarli. Si veda l'argomento «L'identità personale» (locke-identite).
senza risposta
Ciò che fa sì che io sia la stessa persona non è la costanza del mio carattere né dei miei atti, ma la coscienza: un essere pensante che può considerare se stesso come lo stesso «in tempi e luoghi diversi». I miei umori possono cambiare molto, ma sono pur sempre io a ricordarli. Si veda l'argomento «L'identità personale» (locke-identite).