DomandeChi sono io, davvero?Io sono il personaggio della storia che racconto
Chi sono io, davvero?Un sé da costruire

Io sono il personaggio della storia che racconto

L'identità narrativa (idem e ipse, medesimezza e ipseità)

Paul Ricœur 1913 · 2005Siamo gli stessi in due modi: per il nostro carattere e per la parola mantenuta; il racconto della nostra vita tiene insieme i due aspetti.
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Che cosa sostiene

Dunque la mia identità è narrativa: sono il personaggio della storia che racconto e rivedo. È questo racconto che tiene insieme ciò che resta (idem) e ciò che mantengo (ipse), ed esso evita il dilemma di un io fisso o di un semplice flusso di stati.

Perché

Per dire chi ha agito, bisogna raccontare una vita, e un racconto può tenere insieme l'unità di una persona che cambia.

La stessa idea attraverso la storia
Aristotele335 a.C.Nella Poetica, Aristotele chiama «messa in intreccio» (muthos) la disposizione dei fatti in una storia che ha un inizio, uno svolgimento e una fine. Ricœur ne ricava l'idea che un racconto riunisca in un'unità eventi dispersi.
Alasdair MacIntyre1981MacIntyre sostiene in After Virtue (Dopo la virtù) che la vita umana ha l'unità di una ricerca narrativa, e che posso rispondere a «che cosa devo fare?» solo sapendo di quale storia faccio parte.
Paul Ricœur1985Ricœur dà a questa idea il nome di identità narrativa (Tempo e racconto III), poi la collega alla distinzione tra idem e ipse (Sé come un altro, 1990).
In breve

«Io sono il personaggio della storia che racconto» è un argomento di Paul Ricœur (Tempo e racconto III, 1985; Sé come un altro, 1990, 1985) sulla domanda «Chi sono io, davvero?» (risposta: un sé da costruire). La sua tesi: Dunque la mia identità è narrativa: sono il personaggio della storia che racconto e rivedo. È questo racconto che tiene insieme ciò che resta (idem) e ciò che mantengo (ipse), ed esso evita il dilemma di un io fisso o di un semplice flusso di stati. Secondo la verifica logica di AskPhilosophy (solutore Z3), l'argomento è valido solo se si ammette una premessa che l'autore non formula (P6). AskPhilosophy presenta 3 obiezioni, 0 delle quali con una risposta documentata, e il testo originale di ciascuna premessa, verificato parola per parola.

Tempo e racconto III, 1985; Sé come un altro, 1990
Valido con una premessa implicita

Non hai più lo stesso corpo che avevi a sei anni, né gli stessi gusti, e forse nemmeno lo stesso carattere. Eppure, se oggi prometti qualcosa e lo mantieni fra dieci anni, sei rimasto «te». Ricœur distingue dunque due modi di essere lo stesso: restare uguale (come un tratto del carattere, che i Latini chiamavano idem) e mantenersi (come si mantiene una promessa, ipse). Che cosa tiene insieme le due cose? La sua idea: il racconto. Per dire chi ha compiuto un'azione, bisogna raccontare la storia di una vita, e un racconto può contenere il cambiamento. Io sono dunque il personaggio della storia che racconto, e che posso raccontare in un altro modo.

P1Ci sono due sensi di «restare lo stesso». La medesimezza (idem) è la permanenza di ciò che non cambia: un carattere, delle abitudini, dei tratti. L'ipseità (ipse) è il fatto di mantenere se stessi, per esempio mantenendo la parola data, anche dopo essere cambiati.
P2Per imputare azioni a qualcuno, per chiedergli di rispondere delle sue promesse, bisogna poter dire chi ha agito. La domanda «chi?» non si riduce a «quali qualità ha?».
P3Rispondere alla domanda «chi?» significa raccontare la storia di una vita. Non si può rispondere in nessun altro modo che con un racconto.
P4Un racconto mette in intreccio eventi diversi. Può includere il cambiamento e la durata nella coesione di una vita, cosa che non può fare un'identità astratta che resta uguale a se stessa.
P5Il racconto di sé non è mai fissato: si può sempre raccontare la propria vita con intrecci diversi, persino opposti. L'identità narrativa si fa e si disfa.
P6 · premessa implicitaSe solo un racconto risponde a «chi?», allora l'identità di una persona è l'identità di una storia: quella di un personaggio che viene raccontato e che si può raccontare in un altro modo.
Dunque la mia identità è narrativa: sono il personaggio della storia che racconto e rivedo. È questo racconto che tiene insieme ciò che resta (idem) e ciò che mantengo (ipse), ed esso evita il dilemma di un io fisso o di un semplice flusso di stati.

clicca su una premessa per rifiutarla

Se accetti tutte le premesse, la logica ti obbliga ad accettare la conclusione. Il dibattito riguarda dunque le premesse.
Verificato da un solutore logico: è impossibile che tutte le premesse siano vere e la conclusione falsa.
Senza la premessa implicita: Senza P6, il computer trova un caso in cui un racconto risponde a «chi?» e tiene insieme il cambiamento, ma in cui l'identità non è narrativa: il racconto si limiterebbe a descrivere un'identità che esiste senza di esso.
L'argomento è valido con P6. Senza di essa, sappiamo che un racconto risponde a «chi?» e tiene insieme il cambiamento, ma nulla obbliga a dire che l'identità della persona sia essa stessa narrativa: si potrebbe pensare che il racconto sia solo un mezzo per scoprire un'identità che esiste già altrimenti. P6 dice che, quando solo il racconto può rispondere, non c'è nessun'altra identità nascosta dietro di esso.
Analogia. Pensa a una serie i cui personaggi cambiano di stagione in stagione: prima un bambino timido, poi il capo di una banda. Diciamo comunque che è lo stesso personaggio, perché la storia collega le stagioni. Ricœur dice che lo stesso vale per te: ciò che fa di te te stesso non è un tratto che non cambia mai, è la storia che collega le tue stagioni, e che puoi ancora riscrivere.

Obiezioni

3

Ogni obiezione è una conversazione: clicca per vedere chi risponde e a che punto è il dibattito.

Derek Parfit 1984 · attacca la premessa 2

Parfit immagina casi in cui la domanda «sarò io?» non ha risposta (un teletrasportatore che copia, un cervello diviso in due). Ne conclude che l'identità non è ciò che conta: ciò che conta è la continuità dei ricordi e del carattere. Se la domanda «chi?» può essere vuota, non abbiamo bisogno di una narrazione per rispondervi.

senza risposta
vedi l'argomento
Ricœur ha risposto, ma quel testo non è ancora presente nel nostro corpus.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Ricœur stesso discute questi «casi enigmatici» nel quinto studio di Sé come un altro (1990). Non abbiamo potuto leggere quel capitolo, quindi non riassumiamo la sua risposta. La posta in gioco è chiara: se una vita può essere descritta senza chiedere «chi?», l'ipseità non è più necessaria.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Disaccordo di fondo: la domanda «chi?» è una vera domanda che conta, o un'illusione che la continuità psicologica può sostituire? Questione ancora dibattuta.
Galen Strawson 2004 · attacca la conclusione

Strawson sostiene che l'idea secondo cui «ciascuno costruisce e vive una narrazione della propria vita» è falsa come descrizione di tutti gli esseri umani. Distingue persone «episodiche» che non si vivono come un sé che è esistito nel passato e esisterà nel futuro. Ne conclude che esistono persone profondamente non narrative, e buoni modi di vivere che non sono narrativi.

senza risposta
Nessuna risposta possibile: obiezione formulata nel 2004, dopo la morte dell'autore (2005).
Il dibattito continua (nostra sintesi) Strawson scrive quattordici anni dopo Sé come un altro, e Ricœur muore nel 2005: non abbiamo una sua risposta. Ricœur stesso scrive che l'identità narrativa «non smette di farsi e di disfarsi» e che non esaurisce la questione dell'ipseità (Tempo e racconto III, pp. 357-358). Ma sostiene che rispondere a «chi?» significhi raccontare una vita, cosa che Strawson rifiuta per le persone episodiche.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Disaccordo di fondo: il racconto di sé è un fatto della natura umana, o solo un modo di vivere tra gli altri? Strawson dice: un modo tra gli altri.
Daniel Dennett 1992 · attacca la conclusione

Dennett concorda sul fatto che raccontiamo continuamente la nostra storia, ma ne trae una conclusione più dura: il «sé» è solo un «centro di gravità narrativo», un'astrazione comoda come il centro di gravità di un oggetto. Non esiste un soggetto reale dietro la narrazione che si manterrebbe da sé.

senza risposta
vedi l'argomento
Non abbiamo ancora individuato una risposta diretta di Ricœur nei suoi testi.
Il dibattito continua (nostra sintesi) Dennett scrive due anni dopo Sé come un altro. Non abbiamo trovato una risposta di Ricœur. I due concordano sulla narrazione; divergono su ciò che vi sta dietro: per Ricœur, un sé che si mantiene e può rispondere delle proprie azioni; per Dennett, una finzione utile.
A che punto è il dibattito (nostra sintesi)Disaccordo di fondo: il sé che mantiene la promessa è reale, o è una finzione utile prodotta dalla narrazione? Questione aperta.